“Il condominio, il quartiere Turco e la pensionata italiana – paure e speranze”
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 11)

Germania (Agenzia Fides) – Sono in Germania. Dove? Non ha importanza. E’ una delle grandi città tedesche, di quelle che non hanno conosciuto il comunismo e sono cresciute anche grazie al lavoro di tanti immigrati. E’ Estate. Domami ci sarà l’incontro di calcio tra Turchia e Germania. Bandiere immense ovunque. Con più insistenza lì dove sono a maggioranza di immigrazione Turca. Grandi le Turche. Grandi le Tedesche. Il vento tifa per ambedue le squadre gonfiandole e dando un senso di festa ad un pomeriggio afoso. Ho un appuntamento con due signore italiane che ora sono e si sentono parte di questa nazione. Finita la II guerra mondiale, trascinandosi delle enormi valige di cartone legate con lo spago, erano venute qui insieme ai loro genitori. La Germania stava ripartendo ed aveva bisogno di lavoratori. Tutte e due giovanissime iniziarono pulendo latrine e corridoi. Impararono la lingua. Incontrarono due compaesani e si sposarono. Ora sono vedove. In pensione. I figli hanno tutti un buon impiego. Non lì conoscerò tranne per le fotografie che sono un po’ ovunque o mi mostrano. Una delle due, la più giovane mi saluta subito dopo il mio ingresso. Solo dopo capirò che non voleva rilasciare interviste. Non saltano un appuntamento con il Signore. Non sono donne di un secolo fa, ma ben coscienti di quanto le circonda. Nessun preconcetto o risentimento. Mentre iniziamo a parlare ed una esce dalla porta di casa squilla il telefono. La signora italiana va a rispondere. Parla in tedesco. Chi mi ha accompagnato mi riferisce che è il figlio a parlarle. Aggiunge a voce bassissima :”Non Ti rilascerà nessuna intervista e ci chiederà di stare qui il meno possibile.” – Così è. Ha paura. Ma di cosa. Le garantisco l’anonimato, le garantisco che faremo nessun riferimento a luoghi o situazioni che siano riconducibili alla Sua persona. E’ irremovibile. “possiamo parlare di tutto, ma non della mia condizione di immigrata oggi.” Poi aggiunge:” Qui le cose sono cambiate. In questo quartiere non si facevano differenze. Religione. Razza. Lingua. Ci aiutavamo come capitava. Ora mi sento tedesca e basta. In questa casa ho allevato i miei figli. In questo quartiere ho camminato affianco a mio marito. In queste strade ho costruito la mia vita. Sulla poltrona su cui lei è seduto ho pianto e stretto di gioia i miei figli. Io di qui non mi muovo. Qui voglio morire” – Ora inizio a capire, e mi ritornano anche gli avvertimenti preoccupati di chi mi accompagna. Questa donna che ha sacrificato tutta la vita probabilmente ora è minacciata da qualche estremista che vorrebbe il quartiere tutto per loro. Sottovoce, quasi avesse paura di essere ascoltata: “Ho avuto la sensazione che mi minacciassero. Sono circondata da gesti ed umori dei miei vicini che fino a ieri mi erano sconosciuti. Prima mi sentivo un ‘estranea perché immigrata, oggi sono altri immigrati che mi fanno sentire estranea. Penso e ragiono in tedesco, quando sono in Italia ho una sola idea: tornare qui. Questa è la mia casa. Mi dispiace anche se prima volevo, ora ho deciso, anche su consiglio dei miei figli, non rilascerò nessuna intervista. Le rispondo:” Non si preoccupi, ma perché non vive con i figli?”. Rimane in silenzio. “In questo quartiere una volta eravamo tutti una famiglia: quella degli immigrati. Oggi non più. I giovani vanno via. Rimaniamo solo noi anziani legati ad un passato in cui tutti convivevamo poveri, ma amici. Questa amicizia non la si sente più. E così mio figlio mi dice sempre – Mamma vieni via -, ma io rimarrò qui, e la prego non mi faccia dire più nulla.” Scendo in silenzio le scale con il mio accompagnatore. Lui è un uomo intelligente. E’ diacono. In macchina gli domando: “ Ma perché mi hai portato da questa signora?” mentre rivolgo la domanda guardo oltre i finestrini. Non incontro sguardi amichevoli tra le persone che ci osservano salire ed allontanarci. Ora mi è tutto più chiaro quello che succede in questo quartiere di immigrati una volta Italiani e Turchi, Cristiani e Musulmani. Qui si è infilata la faziosità dell’estremismo. La povera pensionata con le mani segnate da anni di lavori umili è faticosi è semplicemente diventata non più amica e Lei ha paura. Questa intervista non l’avrò mai. (Germania, Luca de Mata) (Agenzia Fides 5/1/2009)

“Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza” – se la mafia è uno degli strumenti dell’immigrazione clandestina, dall’altra costringe ancora tanta povera gente ad emigrare dal sud dell’Italia verso altre nazioni -: testimonianza di P. Ermenegildo Baggio, Scalabriniano, parroco della Comunità italiana a Colonia
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 9° parte)

Colonia (Agenzia Fides) -  “Da circa sedici anni sono qui a Colonia, e sono Parroco della comunità italiana. In città, a Colonia, ci sono circa ventimila italiani e nell’ambito della missione circa trentacinquemila. Questo della comunità italiana, dell’emigrazione italiana in Germania, è un fenomeno poco conosciuto in Italia, perché oggi si pensa solo agli immigrati che arrivano in Italia e pochi sanno che esiste un canale di migrazione continua tra la Germania e il sud Italia. Sono circa cinquantamila le persone che vanno e vengono tra Germania e Italia, a seconda delle circostanze economiche, delle crisi dei vari Paesi.
Ho l’impressione che questo fenomeno sia determinato praticamente da un certo sottosviluppo del sud Italia, ma anche dalla presenza della mafia, che domina intere regioni del meridione. E’ un’immigrazione, proprio perché molto mobile, che ha grosse difficoltà ad inserirsi qui in Germania. Uno dei problemi dell’inserimento è la scuola, e di questo si sono accorti anche i tedeschi: il sistema tedesco infatti opera una selezione precocissima, e dopo soli quattro anni viene già scelto il curriculum scolastico. In questo campo la missione italiana, poi l’Arcidiocesi e adesso anche la comunità, hanno investito forze cospicue, grazie alle quali oggi esiste una scuola italiana ritenuta un elemento molto importante per l’integrazione della comunità. Il rischio è che la comunità italiana si integri in Germania, ma a un livello basso, nell’area del sottoproletariato. Tale fenomeno è ormai mondiale, e riguarda soprattutto l’emigrazione dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi.
In Europa arrivano masse di persone dall’Africa, dall’Est, dall’America Latina; in questo quadro una nicchia tutta particolare è costituita dal fenomeno migratorio tra il sud Italia e la Germania. L’Italia riceve molti stranieri, adesso si parla di milioni, e contemporaneamente gli italiani continuano ad andare all’estero. Molti di loro arrivano qui in Germania, e hanno bisogno di assistenza: Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza.
La Missione Cattolica italiana sin dall’inizio si è interessata molto della scuola e ha dato inizio a corsi serali per gli italiani. Infatti i giovani che arrivano qui non hanno terminato le scuole magistrali o professionali e una comunità per svilupparsi ha bisogno di un’elite, e questa la può creare solo la scuola. Come dicevo, la scuola è un problema per la comunità italiana perché stranamente gli italiani, tra tutte le comunità straniere presenti in Germania, sono quelli che hanno la più bassa riuscita scolastica.
Questo ci dice anche che l’immigrazione in Europa non è solo un problema sociale, ma è anche, fondamentalmente, un problema culturale, di identità. Per questo la scuola è un elemento fondamentale, e forse chi non ha fatto l’esperienza migratoria non si rende conto di cosa significa vivere in un territorio che parla una lingua che non è la tua. Anche se tu sei nato qui e parli il tedesco meglio dell’italiano, ma in casa però senti parlare in dialetto, più che un bilinguismo si rischia un bi-analfabetismo. Questo è uno dei temi che occupa molto le forze più vive della comunità italiana e anche la stessa Missione Cattolica.” (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 22/12/2008)

”Credere in Gesù Cristo è una scelta che richiede consapevolezza, tanto più nelle nazioni dove maggiori sono i flussi migratori e più incisivo è il confronto con popoli e culture diverse, nella pace e nel rispetto reciproco”: intervista dell’Agenzia Fides a p. Silvio Vallecoccia, missionario scalabriniano   
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 8° parte)

Colonia (Agenzia Fides) – Padre Silvio Vallecoccia, scalabriniano (Missionari di San Carlo), è da unno il sacerdote responsabile della Pastorale Giovanile Internazionale a Colonia.

Padre Silvio, incontrare dei missionari non in Africa, in Asia, ma qui a Colonia, una delle aree di più antica tradizione cattolica della Germania, è un segno della trasformazione che il pianeta sta attraversando ?
Si! Sono qui da tre anni. Subito dopo l’ordinazione sacerdotale sono venuto nella Diocesi di Colonia come missionario, a servizio della Pastorale giovanile. Dopo due anni di studio della lingua tedesca e di inserimento nella cultura e nel mondo ecclesiale tedesco, ho ricevuto questo incarico  della Pastorale giovanile dei giovani stranieri nella Diocesi di Colonia.
Penso che la prima riflessione importante sia sul termine “missionario”. Di solito quando parliamo di missionari, pensiamo ai sacerdoti che vanno in altri Paesi dove l’annuncio del Vangelo non è ancora arrivato, quindi si parla di prima evangelizzazione. Noi, come missionari scalabriniani, abbiamo una connotazione specifica, il carisma di essere al servizio di culture che hanno già ricevuto l’annuncio del Vangelo ma che, tramite l’emigrazione, si incontrano e vivono la loro fede in uno stesso posto.
Attraverso la mia poca esperienza, perché è solo da un anno che sono a servizio di questi ragazzi, ho potuto notare che soprattutto i giovani della seconda generazione sono in qualche modo quasi sottoposti a un dilemma, se non addirittura ad una violenza psicologica: essere costretti a scegliere il contesto culturale di riferimento al cui interno vivere la loro vita e la loro esperienza di fede.

La Germania è nel cuore dell’Europa…
In un mondo europeo fortemente rappresentato da culture forti, è una grossa sfida dare la possibilità di scelta e il diritto di cittadinanza a questi giovani, che sono un “novum”, un qualcosa che si sta creando. Sono probabilmente una nuova identità culturale, che non è quella dei genitori ma neanche quella del luogo dove loro sono nati.

Colonia in modo particolare ha un significato forte per la presenza cattolica: penso alla Giornata Mondiale della Gioventù, alle seconde generazioni di Italiani e di Spagnoli. Quanto influisce tutto ciò nella quotidianità del lavoro pastorale ?
L’Arcidiocesi di Colonia ha sempre avuto un’attenzione particolare per l’attività pastorale rivolta ai giovani. L’annuncio della Parola di Dio, del Vangelo nel particolare contesto del mondo giovanile, parte dalla scuola, dai tredici, quattordici anni, e arriva all’età adulta, quando si affrontano le scelte essenziali della vita. L’Arcidiocesi di Colonia ha curato questo tipo di pastorale anche attraverso gruppi di giovani di altra madre lingua. Negli anni Novanta sono stati istituiti due uffici per la Pastorale giovanile degli stranieri, in particolare per il gruppo linguistico italiano e spagnolo. Dagli anni Duemila è stata creata una nuova struttura, per tutti i giovani stranieri dell’Arcidiocesi, che si chiama Pastorale giovanile internazionale. L’emigrazione è un’esperienza attraverso la quale i giovani tendono a raggrupparsi tra di loro all’interno della stessa nazionalità, all’interno del loro circolo culturale. Questo facilita, almeno in qualche modo, l’annuncio del Vangelo.

Ci può fare qualche esemplificazione del suo lavoro pastorale ?
I giovani coreani che vengono qui in Germania per gli studi universitari, in quanto più economici e più abbordabili rispetto alla stessa Corea, incontrando altri giovani della stessa nazionalità, della stessa lingua, vengono in contatto con la fede cattolica. Vengono quindi invitati dagli stessi giovani loro coetanei a partecipare alla Messa domenicale e all’incontro e all’agape fraterna che seguono la celebrazione. Quindi sono invitati a conoscere la fede cattolica dagli stessi giovani e non sono rari i battesimi di adulti. Questo si verifica anche per altre popolazioni di immigrati, per esempio le nazioni africane, come il Camerun.
Se questo è il primo aspetto, secondo me molto importante, il secondo aspetto, che mi riguarda più da vicino, è di rendere consapevoli i giovani della nuova identità culturale che hanno ricevuto in dono. Questo dono ha diverse origini: la cultura, la lingua e la nazione di origine dei genitori; la cultura, la lingua e la nazione nella quale i giovani sono nati; l’insieme delle relazioni che si sono formate a partire dalle conoscenze dei giovani, degli amici appartenenti a diversi circoli culturali… Questa è la sfida, anche perché tale situazione ha portato i nostri giovani ad incontrare altre religioni, quindi si pongono la domanda del senso della nostra scelta religiosa. Se prima si nasceva cattolici, almeno qui in Europa, ora si sceglie di credere e si sceglie di credere in Gesù Cristo, e questa scelta richiede consapevolezza.

 E quindi?
È in questo contesto che ci muoviamo con l’ufficio di Pastorale giovanile internazionale e con i nostri collaboratori. Un altro aspetto che ritengo importante in Europa, è il fenomeno che sta avvenendo a livello universitario, attraverso i progetti Erasmus: i giovani entrano in contatto tra loro per un periodo limitato di sei mesi o un anno, ma questo contatto è sufficiente per porre o mettere in dubbio la loro esperienza religiosa pregressa, fatta in madre patria. Nasce quindi la domanda: viviamo in un’ Europa pluriculturale che sta diventando sempre più unita, ma questa unione dove porta ? La sfida è la comunione di queste diversità, che si vanno unendo e formano così delle nuove mentalità e delle nuove prospettive di sviluppo della Chiesa in Europa. (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 20/12/2008)

Palermo: non una sfida a Dio, ma vivere nelle mani di Dio, della Sua Provvidenza, della Sua Carità, della Sua Misericordia – Incontro con Fratel Biagio Conte, fondatore della “Missione: Speranza e Carità”
(corrispondenza da Palermo di Luca De Mata – 6° parte)

Palermo (Agenzia Fides) – Palermo. Fondazione “Missione Speranza e Carità”. Sono con Fratel Biagio nel suo minuscolo studio, dove è un entrare ed un uscire continuo di persone di tutte le nazioni. Non è un caos. Qui tutti sanno quello che fanno e che dovranno fare. Questa missione non è Babele, una sfida a Dio, ma vive nelle mani di Dio, della Sua Provvidenza, della Sua Misericordia, della Sua Carità. La porta di Fratel Biagio è aperta su un corridoio di brande. Delle persone accolte ancora dormono. Sono le 10 del mattino.
 Qui arrivano in qualunque momento. Stremati, in fuga dai pavimenti della stazione, dai cunicoli, dai marciapiedi, dalle panchine dei giardini. Fratel Biagio è sulla sua sedia a rotelle, un saio verde, con una mano si tiene ad un ramo di albero, lucido per gli anni, su cui quest’uomo dagli occhi chiari, sorridenti e profondi, si è appoggiato nell’andare incontro al suo prossimo. Parla. Ogni tanto si tocca la lunga barba come a sottolineare che quello che sta dicendo non è importante in sé, quanto più un’esperienza sofferta che ha vissuto aiutando la disperazione umana del sentirsi abbandonata. Lui ti è vicino. Sia tu principe o l’ultimo dei disperati. Sono seduto di fronte a lui. Mi sento accolto ed amato dal suo primo sguardo, dal suo entusiasmo di parlare, aiutare concretamente, testimoniare il Vangelo con il coraggio della donazione che non conosce confini.
 Ha stretto a sé il suo libro di preghiere, consumato come i grani del rosario che tiene tra le mani. Qui tutto è consumato, qui tutto arriva dalla carità, ma tutto ha dignità. Tutto è pulito. Ordinato. Qui la fatica è finalizzata agli altri: e questo lo si tocca, lo si percepisce nel sorriso con cui tutti si rivolgono a te e tra di loro. Mi sento inutile, un ingombro, tra tutto questo andare e venire di persone che si muovono per costruire un grande progetto di solidarietà. Fratel Biagio capisce e mi mette immediatamente a mio agio. Il mio lavoro di cronista non gli interessa perché si parli di lui, ma perché si capisca che Palermo è un luogo dove esistono anche valori alti, e dove c’è gente che sa amare il suo prossimo come se stesso..Concordiamo che non gli farò domande, ma lui mi rilascerà una testimonianza di vita che sia soprattutto una riflessione di amore per chi la vorrà leggere.
 Fratel Biagio: “Pace e speranza a voi tutti, fratelli e sorelle. Sono nato in questa città. E come tanti giovani anch’io facevo tanti progetti, ero preso dal mondo materialistico, consumistico. per me quello che valeva erano gli amici, la comitiva, il vestirmi bene, andare in pizzeria, a ballare. Vedevo tanta indifferenza, tanta disuguaglianza. Notavo i problemi degli emarginati, sulle panchine, nelle ville, negli angoli, nelle stazioni. E mi domandavo: noi possiamo essere indifferenti a tutto questo?  Prendevo scuse per non uscire. Ho vissuto un periodo di silenzio, la mia stanza diventava un riparo, un luogo dove meditare. Riflettere.
 Cercavo, cercavo quella verità che mi mancava. I miei amici non mi capivano. Invece di aiutarmi, allarmavano i miei familiari: curatelo! Curatelo!  “Ha la depressione!”
 Si è vero, poteva apparire questo, e allora rispondevo a tutti… ed anche ai medici: curate questa società malata e anch’io guarirò, anch’io starò meglio.
 C’era un crocifisso nella mia stanza.
 Mi sentivo osservato, fino a che non getto uno sguardo al crocifisso: mi accorgo di Dio che ha dato la vita per noi. Gesù per me diventa la speranza, la forza.
 Affronto un viaggio fino ad arrivare ad Assisi, da San Francesco.
 E l’esperienza di Assisi, mi ha fatto comprendere che dovevo vivere nel cammino della missione.
 Inizialmente volevo andare in Africa, in India, ma il Signore mi riporta a Palermo. A Palermo non torno più a casa, ma vado a vivere alla stazione centrale, tra i barboni, per aiutare quelli che la società dimentica, esclude, considera poco più di un rifiuto, di uno scarto. Vedevo, impotente, che tanti morivano dal freddo.
 Mai mi ha interessato il nome di chi ho cercato di aiutare, mai ho chiesto loro “Cosa hai fatto? Perché ti sei ridotto cosi?”
  Ognuno di loro è una storia. Un dramma.
 Come dice Madre Teresa io sono la goccia, ma tutti insieme possiamo fare tanto. Quando arriva l’estate, in due giorni possono arrivare anche 1200 sbarchi.
 Questa struttura è già piena. Cosa faremo stasera? Domani? Quante volta mi sono sentito questa domanda, ed ho sempre risposto: Pregate. Il Signore penserà a noi. Qui il giorno è sempre di 24 ore, ma con l’aiuto del Signore, con l’aiuto di tutti e il sostegno della preghiera, andiamo avanti, nell’affidarci nelle mani di Dio. Perché la preghiera, alta, libera, aiuta e dà pace, è un’arma preziosa, è l’arma più bella, pacifica del mondo.”
(da Palermo, Luca De Mata)  (6 – segue) (Agenzia Fides 12/09/2008)

EUROPA/SPAGNA
Il volto coperto di una madre Algerina e la volontaria del Marocco della Caritas e della Mezza Luna Rossa. Quando c’è la volontà di incontrarsi, l’impossibile diventa possibile. Culture, fedi diverse, non sono più barriere, ma diventano occasioni di progresso e democrazia. (corrispondenza dalla Spagna di Luca De Mata -)

Cuenca (Agenzia Fides) – E’ il mio secondo giorno a Cuenca nella Spagna della Mancha.   Paesaggi. Case basse. Il bianco. La terra sfuma nei colori del lavoro e del selvaggio. Montagne di sasso. Castelli e mulini, villaggi piccoli su cime e rupi dominanti. Tutto è fatica di secoli. Generazioni di contadini hanno dato ordine. Lavoro e competenza. Muri a secco. Confini e strade. Un grande palcoscenico di torri, cattedrali e mulini a vento. Il grano è ancora verde. Le piogge non devono essere mancate quest’inverno. Osservo. Fotografo mentalmente e con la  camera. Uso il tele. Un potente binocolo per scrutare  quanto è più lontano. Tutta la Spagna che ho amato, rappresentata della pittura e dalla parola, della poesia, è qui. Visibile. La guardo. Profumi aspri di allevamenti. Fiori. Erba tagliata. Dal villaggio in basso appena un suono. Una campana batte il tempo. Il sole si adagia verso il tramonto. L’arancio della luce è su muri ed alberi. Così il verde è più verde. Così le ombre sono più nette. Il paesaggio libero dalla foschia si perde all’orizzonte. I contrasti sono netti. I muri più bianchi. Dall’altura dove sono è una grande pittura che si accende per me. Quasi scordo perché sono qui, quasi scordo che anche qui ci sono le pressioni dei flussi migratori. E’ tutto semplicemente bello. E’ tutto così pieno di odori, di profumi dell’infanzia, di quando correvo tra i campi con i miei amici di allora, che scordo quanto i miei occhi in questi anni hanno visto: quanto ho ascoltato da chi nei vari continenti ormai si vende. Schiavo pur di mangiare. La realtà del perché sono lì e di quanto devo fare mi sveglia da un sogno che non c’è, e non c’è mai stato. L’Uomo-Dio dalla Croce, il Cristo Risorto, ci ricorda che siamo tutti fratelli, tutte Persone. Sono qui perché a queste persone sia riconosciuta dignità, denunciando con parole ed immagini i diritti calpestati. Il primo: la libertà di ognuno di noi di essere se stesso, di scegliere chi è, e libero ed in libertà poter cambiare il suo chi è, il suo dove andare, per chi spendere la propria vita, se solo per se stesso o anche e sopratutto, e prima di tutto, per gli altri.
 Guardo l’ora. “L’appuntamento è saltato” dico, rivolto ai miei amici che hanno organizzato l’incontro con la misteriosa donna algerina .Lei ha chiesto l’anonimato. Il mio sedile è un sasso. Grande e piatto. Certamente parte del muro del vecchio castello decadente il cui portone serrato è il luogo dell’appuntamento. E’ isolato. Non luogo di turisti. Il Cavaliere innamorato e il suo fido scudiero Sancho girano qui intorno. Non li vedo. Ma è come sentissi le risate di Cervantes che mi vede in attesa della Dulcinea del Toboso. Non sono mai stato un eroe, neanche con le fantasie del Cavaliere Errante. Comunque sarei onorato di poter salutare il Cavaliere della Mancha ed il suo Scudiero. E’ solo questione di tempo. A Roma finti centurioni presidiano fontana di Trevi e il Colosseo, non mi stupirei se anche qui finti Cavalieri della Mancha su improbabili ronzini sbucassero da dietro castelli e vecchi mulini per le cornici delle foto digitali. L’attesa si fa lunga. Paziento. Anche perché stare qui mi piace. Penso ad insediamenti più antichi che da qui dominavano la vallata. L’arrivo delle centurie romane. Le truppe della conquista araba e tutto quello che venne dopo fino alla guerra civile. Morti. Dolori, odi e perdoni. Da ambo le parti. Fratelli contro fratelli. Un milione di morti. Cattolici e non. Vescovi. Tutti trucidati, suore stuprate ed ammazzate in nome della follia ideologica che l’altro secolo falciò milioni di innocenti. Per salire fin quassù ho lasciato alle mie spalle un minuscolo villaggio di campagna. I colori di Goya. La Spagna che ho vissuto tuffato nei versi di Garcia Lorca è ovunque fino a dove gli occhi danno il segno dell’orizzonte. Continuo a guardarmi intorno, sulla cima di una torre che non c’è. La mia attesa sul bordo di questa specie di piccolo altopiano continua a prolungarsi. Arriverà? Non arriverà? La  persona che negli accordi non mi dirà il suo nome, non potrò fotografarla che di spalle. Solo la sua storia. E’ quanto vorrà dirmi. Nessuna domanda. Lei conosce l’argomento della mia inchiesta, vuole parlarmi “della donna migrante” ed ancora più “di chi è musulmana”. Arriveremo al compromesso di un registratore purché le sia garantito anche nella voce l’anonimato Mi avevano parlato di lei già prima di arrivare. E’ una donna che ha sofferto e soffre. Viene dalla povertà della sua nazione e vive la povertà di un immigrato, per di più donna in tutte le sue coniugazioni E’ arrivata qui inizialmente clandestina ora è in regola, dice. E’ arrivata qui perché qui le nascite si sono arrestate da anni e lei è fiera dei suoi tanti figli. “Voi avete bisogno di noi, siete popoli di vecchi” è la prima cosa che mi dice. “ Per voi non abortire è roba da bigotti, per voi la vita vale se hai soldi e fai soldi. Se qualcuno soffre per il vostro fare soldi poco importa!”. Le sue parole mi ricordano quelle dell’ateo Bertold Brecht. In una sua poesia dice: “La vita? Bevetela a gran sorsi, nulla sarà più vostro quando dovrete perderla”. Oggi che anche di Brecht si perde la memoria e in alcuni suoi ultimi ed inediti scritti si scopre che anche lui, il poeta del regime, era alla ricerca di Dio, questa sua disperata affermazione potremmo parafrasarla con una più attuale, che potremmo ascoltare da uno dei tanti pirati del capitalismo selvaggio: “I soldi? Beveteli a gran sorsi, perché nulla sarà più vostro quando dovrete perderli”. Una frase che mi ricorda gli affreschi dell’Apocalisse. Il demonio che inghiotte l’ottusità umana. Su questa montagnola, questo altopiano, mi vengono in mente brani di discorsi, parole e frasi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.  Le parole della donna dal volto coperto sono pungenti e precise. Una testimonianza di miseria vissuta  e di speranze. Ha forse, la vita, la dignità, l’amore un prezzo ? Se non quello di testimoniare anche con la vita che nulla vale di più che amare il nostro prossimo. Chi ha organizzato l’incontro mi ricorda che lei è donna musulmana. Non mi è permesso sfiorarla neanche dandole la mano. Se c’è stato un ritardo è per non incontrarla da sola, ma con il marito o un suo stretto familiare. E’ la loro Fede. Conosco tutto questo e li rassicuro che l’attesa non è stata inutile.
 E’ infatti con un signore, probabilmente il fratello; credo che il marito sia clandestino e quindi non accompagna la donna.  Avvicinandosi non la sfiorerò neanche con lo sguardo, il mio rispetto è apprezzato e lei si apre. Ho stretto la mano all’uomo che l’accompagna mentre porto la mano al cuore. Lui mi sorride. Guardo le mani della donna. Lunghe. Non più giovani. Affusolate. Bellissime. I segni del lavoro nei campi ci sono tutti.
 I saluti sono finiti. Le prime frasi di scambio si sono concluse. L’uomo che l’accompagna fa un passo indietro. Come a dire siamo musulmani, ma lei è una donna libera e può dire quello che vuole. Non la interrompo.
 “La pace sia con voi. Sono algerina. Sono arrivata qui in Spagna per cercare il lavoro. La vita nel nostro paese è difficile. Anche se hai un lavoro tutto continua a costare ogni anno di più. La differenza tra l’Algeria e la Spagna è la libertà, e particolarmente quella della donna. E’ diverso qui in Spagna. Qui la donna gode di una libertà di diritti assoluta. In Algeria noi donne siamo condizionate da gran parte della società,  da mentalità che non ti fanno essere libera, libera nell’esprimere le tue opinioni. Qui in Spagna, sono integralmente musulmana, ma posso gestire me stessa, esprimermi, e vivere libera da condizionamenti di altri e della società in generale.”
 L’uomo che l’ha accompagnata è poco distante. Ascolta. Annuisce. Mi domando quanto più mi devo sforzare per comprendere l’Islam in tutte le sue espressioni. Ci sono luoghi comuni che cercano di dividerci. Sempre più comprendo le ragioni di Papa Benedetto XVI sulla necessità dell’incontro libero tra le culture. Mi diventano ancora più chiare, davanti a questa donna velata,  le ragioni del Papa: ossia l’importanza di insistere nel superare il vecchio concetto di dialogo interreligioso per andare con maggiore coscienza verso “l’incontro con le altre culture e le altre Fedi”. Detto da chi dirige l’Agenzia Fides, che il Santo Padre abbia tracciato con grande intelligenza la strada dell’incontro tra le diversità, può sembrare ovvio, ma di quanto Lui ha affermato, in questo momento che sto vivendo, ne sto sperimentando la realtà e la completezza tangibile. Questo mio incontro con la donna velata letto attraverso il Magistero del Papa mi rafforza nella mia fede e mi fa sentire Lei vicina ed amica.. Mi rendo conto che sto scoprendo concretamente il valore del pensiero che incontra un altro pensare. Anche se io praticamente non parlo, di fatto è un confronto in piena libertà.
 Libertà di pensare in libertà. Questo è il primo dono che ogni persona porta dentro di sé.
 Lei parla. Io penso. Rifletto. E’ un intreccio reale che suscita in me stupore. Tutto è più vero e vicino di quanto solo un minuto fa pensassi. Lei continua il suo racconto. Scorrono immagini di luoghi conosciuti nel mio continuo viaggiare, luoghi di colori e bellezze straordinarie, ma anche di miseria.  Miseria che ti fa sentire tutta la tua pochezza nell’impossibilità di fare una qualunque cosa per tutta questa disperazione. Più entri dentro e più ti senti colpevole, e vorresti fuggire, non aver visto. Ma tutto questo esiste a 360 gradi su tutto il nostro pianeta ed allora ti senti ancora più straniero, Un imbecille turista della miseria. Il solo senso del tuo stare lì lo giustifichi perché poi pensi che la tua inchiesta possa cambiare un altro e poi un altro e poi un altro… ma chi cambi? Cosa cambi?  L’Africa è piena di lastre di pietra con nomi di missionari e missionarie che hanno dato tutta la loro vita. La donna velata continua a parlare, quasi non l’ascolto mentre il mio registratore non perde una sola sua sillaba. Pensa alla cappa immensa di miseria che avvolge il nostro pianeta, è una miseria da cui vorrei fuggire per tenere solo i ricordi dei tramonti. Colori che rimbalzano sulle pietre arroventate dal sole. Le palme lontane. La pigrizia del vento che muove le cime delle dune, più che la sua ferocia quando si scatena in tempesta per mangiare ripari ed esseri viventi. La donna velata ora è andata via. Ritorno in testa al registrato e riascolto le sue parole: “Venendo in Spagna ho conservato la mia religione musulmana.  Le tradizioni. I costumi del mio paese. Perché sono venuta qui? Avevo bisogno di lavoro. Per me, i miei figli, la mia famiglia. Le quattro capre ed il cammello di mio marito non bastavano a nessuno. La terra che abbiamo lì sono sassi. Aridità. Disperazione perché i figli sono lontani da ogni scuola. Il raccolto non è che un pugno di pietre da cui non esce neanche la fatica dei solchi tracciati, ed allora che fai?  Fuggi verso luoghi che sogni. Sogni di racconti, di cibo, di lavoro per tutti. Ed allora sali sulla barca anche se sai che non c’è certezza che arriverai lì, dove altri della tua stessa pelle ti attendono con i loro racconti. E poi quando arrivi sfidando la morte che sale dal mare scopri che sono tutti solo racconti. Quanti miei connazionali algerini ho visto vagare qui nella disperazione del ricatto di ladri di vite umane. Non è facile trovare un lavoro che ti dia certezza ed allora i ladri di vite ti propongono i mercati che ti portano alla dannazione, alla prigione. Diventi per loro solo un cammello che si apposta nelle strade a vendere quello che i ladri di vite non vogliono vendere direttamente. Altri non accettano il ricatto e si gettano in lavori molto duri. Altri rifiutarono. Altri tornarono indietro. Ma anche tornare indietro non è facile.
 Per quanto mi riguarda, come arrivai qui in Spagna mi rivolsi alla Caritas. Mi aiutò, ed aiutò anche i miei familiari. Quello che nel mio paese mi veniva detto da molti come impossibile, divenne possibile. Per loro della Caritas, non ero un’emigrante, ma una Persona. Nessuno mi chiese quale fosse la mia fede anche se io portavo e porto il velo con convinzione. Francamente oggi non ho più problemi. Grazie a Dio. Ho ricevuto l’aiuto necessario che non mi aspettavo, proprio da un’organizzazione cattolica. E grazie a quell’aiuto non ho incontrato ostacoli fino ad oggi. E grazie a quell’aiuto ho scoperto che possiamo parlarci, e che noi donne siamo un valore, una realtà che comunque e sempre si deve rispettare.”
 Mentre riascoltavo le sue parole mi chiesi, e lo chiesi anche ai miei amici, perché la donna e non l’uomo mi hanno raccontato tutto questo? Non ho una risposta, non mi hanno dato una risposta, probabilmente si erano riuniti, e volevano dimostrare che nell’Islam anche una donna può parlare a nome della propria comunità.
 La mia voglia di capire mi portò a chiedere un incontro con la responsabile della Caritas di Cuenca che si occupa dei nord-africani.
 La mattina seguente alle 8,30 in punto ero da lei. Qui la Caritas ha una splendida sede. Non molto lontano un fiume di acque basse e veloci nei secoli ha tagliato monti e campi. Lì vicino ad una delle arcate del ponte dorme un giovane rom che conoscerò nei prossimi giorni. Uno dei tanti rom fuggiti dal campo incendiato a Napoli, il campo del quartiere Ponticelli. Destino volle che proprio pochi giorni prima del “fattaccio”  ero stato lì a vedere i loro balli e a raccogliere le loro storie. Ma questa è un’altra storia di cui parleremo.
 Torniamo alla Caritas di Cuenca. Lei, nata in Marocco, è già alla porta ad attendermi. Saliamo le scale per arrivare alle aule dove si insegna lo spagnolo per chiunque ne abbia bisogno.
E’ musulmana,  non porta il velo, ma non per questo si sente meno credente della donna che avevo incontrato il giorno prima. “Vuoi un caffè?” “No, grazie” le rispondo. Faccio appena in tempo a far partire il registratore che lei inizia a raccontarmi la sua esperienza di cooperatrice volontaria. E’ una storia di emigrazione che diventa aiuto a chi bussa alla porta. Non racconta la sua storia personale, quanto delle persone che ha aiutato perché non agonizzassero nella disperazione. “Il mio nome non ha importanza, sono venuta dal Marocco e lavoro qui in Spagna come volontaria presso la Caritas. Dietro ogni immigrato c’è una storia drammatica. Arrivavano a bordo di vecchie barche. Spesso molti di loro perdono la vita durante il viaggio in mare e quelli che giungono quasi sempre la polizia li arresta e li fa tornare nei loro paesi d’origine, ma loro non si arrendono e  tornano di nuovo in Spagna per trovare lavoro, per aiutare i genitori, i figli. Ho assistito a molti sbarchi. Sono tutte storie tristi. Storie di disperazione. Lavoro come volontaria oltre che presso la Caritas anche per la Mezza Luna Rossa, quindi sono a conoscenza diretta delle loro condizioni. di vita degli immigrati che vengono qui per aiutare i loro figli e genitori. La povertà e la fame li spingono a venire in Spagna, come in qualunque altra parte del mondo. Se non ci fosse la Caritas in molti casi non so cosa sarebbe di loro.” Si interrompe. Piange. Forse una di quelle storie che ha appena raccontato la riguardano da vicino. Ma non lo dirà mai. Lei è una volontaria, ma è sempre un’emigrante. Nel corso della mia inchiesta attorno al mondo sempre più mi renderò conto che nessuno di loro ti dirà fino in fondo la verità, del dolore che ha vissuto o visto. Negli occhi di ognuno di noi ci sono immagini che si stampano per tutta la vita, e per quanto cerchiamo di rimuoverle, loro rimangono lì. Sentinelle che la vita è cruda e la strada della speranza di chi viene dai dirupi della disperazione è dura, violenta, costruita di cinismo e di sfruttamento.
La parola amore? Più entrerò con questa mia inchiesta tra i popoli che vagano in cerca di speranza sulle terre dei ricchi, tanto più la parola amore puoi scordartela, solo fino a quando non troverai un angelo che ha fatto della sua vita “una missione di amore verso il proprio prossimo”.
(da Cuenca, Luca De Mata)  (2 – segue) (Agenzia Fides 30/7/2008)

Dall’Enciclica Redemptoris Missio: “Fra le grandi mutazioni del mondo contemporaneo, le migrazioni hanno prodotto un fenomeno nuovo: i non cristiani giungono assai numerosi nei paesi di antica cristianità, creando occasioni nuove di contatti e scambi culturali, sollecitando la Chiesa all’accoglienza, al dialogo, all’aiuto e, in una parola, alla fraternità. Fra i migranti occupano un posto del tutto particolare i rifugiati e meritano la massima attenzione. Essi sono ormai molti milioni nel mondo e non cessano di aumentare: sono fuggiti da condizioni di oppressione politica e di miseria disumana, da carestie e siccità di dimensioni catastrofiche. La Chiesa deve assumerli nell’ambito della sua sollecitudine apostolica. Infine, si possono ricordare le condizioni di povertà, spesso intollerabile, che vengono a crearsi in non pochi paesi e sono spesso all’origine delle migrazioni di massa. La comunità dei credenti in Cristo è provocata da queste situazioni disumane: l’annunzio di Cristo e del regno di Dio deve diventare strumento di riscatto umano per queste popolazioni”. (RM n.37)

Cuenca (Agenzia Fides) – Spagna. Siamo nelle terre descritte da Miguel de Cervantes: ancora tra antichi mulini a vento, completamente restaurati, e nuovi grandi torri eoliche produttrici di energia. A Cuenca incontriamo il Vescovo, Sua Ecc. Mons. Josè Maria Yanguas Sanz. Siamo qui per parlare di immigrazione ed evangelizzazione dei popoli. Da questa zona della Spagna fino a ieri si partiva con valigie legate con lo spago per terre sconosciute in cerca di speranze e nuova vita, ripercorrendo strade già aperte da tanti missionari: saio, Crocifisso e Vangelo. Oggi non si parte più, anzi arrivano, da nord e da sud, intere famiglie da terre sconosciute, padri in avanscoperta per cercare quello che, da dove vengono, non hanno mai avuto. La cittadina di Cuenca è splendida. Medievale. Vicoli e palazzi con stemmi.

E’ Domenica. Una chiesa. Una Santa Messa per un matrimonio in una delle lingue dei popoli dell’est. Nello stesso momento nella straordinaria Cattedrale sta entrando in processione il Vesocovo, seguito dal suo popolo. Famiglie piene di devozione. Turisti dietro una corda fotografano, poi alcuni si uniscono ai canti ed alle preghiere. Il profumo dell’incenso. La luce delle vetrate. L’organo. Tutto aiuta a vivere la Messa con devozione. Tutti sono arrivati ordinatamente ai loro posti. Ogni panca è occupata. Sul fondo alcuni sono in piedi. Due bambini piccolissimi si rincorrono e poi si siedono ai piedi dell’altare. Sembrano due angeli mandati dal cielo. Rimarranno lì fino alla fine della funzione. Il loro silenzio, la loro compostezza, ci ricordano il valore dell’innocenza che abbiamo smarrito. Sono due bambini chiaramente non Europei: figli di immigrati. Non è stato facile alla fine della Santa Messa seguire il Vescovo. Tutti vogliono una parola, la benedizione per i loro bambini e per se stessi. Una parola di conforto per chi non è potuto venire. La folla è tanta e se non fosse per il Pastorale che sovrasta tutti, sarebbe difficile seguire la strada verso la sacrestia. Entriamo. Il Vescovo che si sta toglienndo i paramenti ci mette a nostro agio. “La Cattedrale è la vostra e la casa di tutti” ci dice: “ Sedetevi… vi prego”. Parola non di circostanza, ma di affetto paterno. Davanti a noi non c’è un’autorità ma un Vescovo, un Apostolo. Più che un’intervista è un dialogo che ci lascerà la ricchezza di un insegnamento.

 Ag. Fides: Cara Eccellenza, oggi il fenomeno migratorio sta conoscendo dimensioni sconosciute fino a pochi anni fa, è un fenomeno che coinvolge la Chiesa e la dimensione, la cultura della missione, in tutti suoi aspetti, in primis proprio l’Evangelizzazione dei Popoli. Ieri erano soprattutto popoli che da nazioni di radici e tradizione cristiana si muovevano verso territori dove erano andati, in avanscoperta, se mi consente dirlo, i nostri missionari, con il loro coraggio, la loro dedizione, il loro slancio di amore nel diffondere la Parola di Nostro Signore Gesù Cristo. Oggi è tutto cambiato. In territori come la Sua Diocesi entrano e si insediano popoli di tradizioni e storie diverse. L’Evangelizzazione ha una nuova sfida. Siamo preparati?

 S.E. Mons. Yanguas: Il fenomeno dell’emigrazione è un fenomeno nuovo anche in Spagna, come nella nostra diocesi di Cuenca, come in altri paesi dell’Europa. Forse non cosi rilevante come in Inghilterra o Francia, ma naturalmente un fenomeno che si percepisce nelle strade e nella società spagnola. È un fenomeno che raggiunge dimensioni notevoli in molti posti. Anche il l0-15 percento. Nella costa di Levante della Spagna, l’immigrazione è ancora più evidente. E’ una sfida alla nostra società spagnola, e a Cuenca in particolare. Una città che aveva una tradizione di emigrazione più che di immigrazione. Una città che non era abituata a ricevere persone che vengono da fuori. Da altre nazioni. Da altre culture. Da altri continenti.

 Ag. Fides: Certamente per la Chiesa questa è anche una grande occasione per avvicinare ed incontrare fedi e culture diverse

 S.E Mons. Yanguas: Se l’emigrazione rappresenta una sfida dal punto di vista culturale, ma anche politico, economico, lo è ancora di più dal punto di vista religioso. La Chiesa ha saputo fare fronte a questo fenomeno fondamentalmente ravvivando il senso dell’accoglienza.

Ag. Fides: Eccellenza, mi scusi, ma accoglienza può significare tante cose, ma per la Chiesa in particolare?

S.E. Mons. Yanguas: Accoglienza significa mettersi a disposizione di queste persone che hanno carenze soprattutto nei primi momenti: lingua, cultura. Sono persone che si trovano in situazioni lavorative nuove, con difficoltà e problemi, che a volte toccano i loro diritti fondamentali, Che sono poi i diritti fondamentali della “Persona”.

Accoglienza, per la Chiesa, non può limitarsi ad un lavoro pur necessario, di carità. La relazione col mondo dell’emigrazione non può limitarsi alla Caritas. La Chiesa ha la missione di Evangelizzare.

In altri tempi siamo andati dall’Europa verso i nuovi paesi nei nuovi continenti, con i nostri missionari, ad evangelizzare quelle terre. Ora sono molte le persone di quelle terre che vengono in questo “vecchio” continente, in Spagna, in questa diocesi di Cuenca, e la Chiesa deve sentire la sfida dell’evangelizzazione.

Molti di essi provengono da paesi di tradizione cristiana e molti di essi sono cattolici. Altri sono ortodossi. Altri provengono dal nord dell’Africa o dell’Africa Subsahariana.

 

Ag. Fides: Eccellenza, Lei ha una grande esperienza non solo Pastorale, dal momento che ha anche lavorato a Roma, nel cuore della Chiesa Universale, può dire che siamo preparati a questa nuova Evangelizzazione dei Popoli proprio qui, dove più forti sono le tradizioni e le radici cristiane?

 

S.E. Mons. Yanguas: Penso che la Chiesa, la Chiesa di Cuenca, ha come prima sfida quella di predicare soprattutto a queste persone che non hanno la nostra stessa fede, la Fede cristiana annunciando loro il Vangelo. Sono persone che vengono in un paese di antiche e ricche tradizioni cristiane, imbevuto della fede che abbiamo ricevuto dai nostri antenati. Fede che in forme e modi ha raggiunto livelli tecnici ed artistici altissimi nelle sue varie espressioni.

Questi nuovi cittadini che arrivano nelle nostre terre, vengono anche con i loro valori, le loro culture. L’atteggiamento di tutti coloro che accolgono quanti vengono da noi, deve essere di apertura. Questo significa avere uno scambio, ricevere il meglio da ogni cultura.

E cosa è migliore della nostra cultura, della nostra eredità storica, se non la nostra Fede ?

Di qui la necessità di annunciarLa e di proclamarLa e di dare ai questi nostri fratelli a questi nuovi concittadini quell’eredità e quella tradizione che è rappresentata dalle opere d’arte, e che è stata la matrice del progresso per le nostre società.

 

Ag. Fides: Ma tutto questo come si può articolare concretamente, viste le diffidenze, quando non dichiaratamente le ostilità, di certe culture?

 

S.E. Mons. Yanguas: La sfida dei nuovi fenomeni dell’emigrazione obbliga ad atteggiamenti, a programmi nuovi, che sappiano offrire insieme all’accoglienza cordiale, sincera, leale, caratteristica della vita cristiana, anche la predicazione, la proclamazione, l’annuncio gioioso, allegro, deciso, convinto della Fede cristiana.

Sarebbe un errore, un grande errore, pensare ad una specie di cultura o religione universale valida per tutti. No. Secondo me quello che ci è chiesto in questi momenti, come sempre, è la fedeltà alle nostre radici. Fedeltà alla nostra fede, che è annuncio sincero, gioioso, familiare, sapendo che è un bene per tutta l’umanità. Sapendo che è un bene la verità di Gesù Cristo che sta al di sopra, e che porta a pienezza qualunque altra verità, qualunque altra scintilla che esiste nel cuore degli uomini. Le nozione di Persona, di diritti fondamentali della Persona, di dignità della Persona, di diritto naturale sono un tutt’uno.

Tutto questo costituisce una parte notevolissima della tradizione occidentale, di quelle radici cristiane della nostra tradizione, nelle quali possono inserirsi valori autoctoni delle persone che vengono tra noi. Questo è il modo di raggiungere la vetta di quei nobili valori che possono portare con sé queste Persone, Ripeto, secondo me, questa situazione costituisce un momento splendido per l’esercizio della carità, ma costituisce al contempo un momento altrettanto splendido ed un’opportunità splendida di predicare ed annunciare la Fede a questi nostri fratelli che vengono alla ricerca di migliori mezzi di sussistenza.

 

Ag. Fides: Grazie Eccellenza e buon lavoro per Lei e tutta la Sua, mi permetta di ripetere le Sue parole, “Splendida Comunità”. (Da Cuenca, Luca de Mata)

 

Scheda – Mons. José María Yanguas Sanz è nato il 26 ottobre 1947 a Alberite (La Rioja), diocesi di Calahorra e La Calzada –Logroño (Spagna). Nel 1971 ha concluso gli studi ecclesiastici nel Seminario di Calahorra. Ê stato ordinato sacerdote il 19 giugno 1971 per la diocesi di Calahorra. Nel 1978 ha completato il Dottorato in Teologia presso l’Università di Navarra, e nel 1991 quello in Filosofia nella stessa Università. Dopo la sua ordinazione sacerdotale ha svolto numerosi incarichi: 1971-1972: collaboratore in diverse parrocchie di Logroño; 1972-1976: professore di Teologia all’Università di Navarra per gli universitari delle Facoltà Civili; 1976-1981: professore aggiunto di Teologia Dogmatica nella stessa Università; 1981-1989: professore aggiunto di Teologia Morale; 1988-1989: membro della “Direzione di Investigazione” della Facoltà di Teologia; 1971-1989: collaboratore pastorale nella parrocchia di S. Nicolás a Pamplona durante l’anno accademico, ed in varie parrocchie di Logroño durante le ferie estive; 1989-2001: addetto nella Congregazione per i Vescovi. 2001-2006: Capo ufficio della Congregazione per i Vescovi. Il 23 dicembre 2005 viene nominato Vescovo di Cuenca. Riceve l’Ordinazione Episcopale nella Cattedrale di Cuenca e prende possesso della Diocesi il 25 febbraio 2006. (1 – segue) (Agenzia Fides 24/7/2008)

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