AMERICA/CANADA – MISSIONE ED EMIGRAZIONE - Il traffico di esseri umani, una realtà che coinvolge anche questa parte del mondo. Eravamo convinti che in una nazione democratica ed aperta come questa per la nostra inchiesta (“La valigia con lo spago”) tutto sarebbe stato più facile, ma anche qui il confronto con l’amaro dell’indifferenza non manca (corrispondenza di Luca De Mata – 17)Montreal (Agenzia Fides) – Canada.
Non ho praticamente dormito un rigo di sonno, non ho scaricato sogni, tensioni, attese. Sono in un buon albergo, forse il migliore di tutto il mio viaggiare. Tutto pulitissimo. Sul monitor del televisore c’è persino scritto “Benvenuto signor Luca De Mata”. Il letto è grande. Lenzuola bianche come nubi mi attendono per farmi sognare. Stanco, prendo su la borsa del registratore e delle macchine fotografiche. Mi consolo al pensiero del ritorno. Il grande letto dove sprofondarmi a dormire. Il sonno è arrivato e bussa ferocemente, chiede il suo spazio. Vorrei, ma il mio amico canadese già fa squillare il telefono della mia stanza. Impazienza nelle sue parole. Impazienza della stanchezza che, compiuto il suo ciclo, mi chiama a rigenerarmi. Fatico ad essere presente. La responsabilità di essere arrivato fin qui, le persone e le organizzazioni coinvolte, mi impongono tempi e scadenze programmate da settimane.
Chiudo la stanza con il peso delle apparecchiature per il lavoro con il cambiamento di fuso orario che mi stringe d’assedio. Non mi era mai successo. Gli aeroplani sono una gran bella cosa. Un tempo viaggi di mesi, oggi in poco più di venti ore raggiungi luoghi che una volta erano solo racconti di chi li aveva raggiunti. L’ascensore atterra veloce. Io ed il mio amico ci abbracciamo come vecchi amici, anche se tra noi due c’è solo stato uno scambio fitto di e mail che ci ha fatto condividere idee e la passione per la Verità. Questa amicizia è il web della solidarietà. Se ieri una banale lettera viaggiavano con gli stessi tempi e gli stessi mezzi delle persone, oggi la rete ti unisce in tempo reale. Ancora più nel nostro lavoro. Queste mie stesse parole non avranno mai la freschezza della testimonianza del filmato di un cellulare. Al cronista di oggi la sintesi dell’osservazione di fenomeni che ha studiato, conosce, approfondisce e verifica sul campo. Il racconto del giornalista di oggi diventa riflessione, entra nel dibattito della cultura, è inviato con un forte bagaglio di conoscenze che arricchisce in tempo reale e confronta in tempo reale sul territorio, tra le popolazioni, le crisi, i fenomeni del nostro pianeta. In un certo senso è più affascinante. La partita è diversa, Il racconto diventa cronaca di un qualcosa che stai condividendo.
Se tutto questo ha una sua ragione, ancora di più lo concretizzi compenetrandoti con donne e uomini che della loro vita hanno fatto missione di vicinanza al nostro prossimo. Condividendoti con chi nelle strade ha scelto di non guardare i propri piedi, ma i volti che si incrociano. Non è facile piegarsi su chiunque sia parte di una vita storta, di ingiustizie, della disperazione, della solitudine, della violenza.
Sono in Canada e sto volando tra riflessioni che mi allontanano dai motivi reali di quanto sono venuto qui a documentare. Sarà la stanchezza. Avverto nella mia testa l’accavallarsi, lo sbrodolarsi di frasi lontane dal perché sono qui: l’immigrazione clandestina nel Nord America. Il taxi corre verso la mia destinazione. Attraversa viali alberati e parchi di bambini gioiosi. E’ pomeriggio. In questa giornata calda la luce del sole proietta ombre in un intreccio dove non ci sono più confini tra quanto vedi e quanto è reale. Il mio amico parla. La stanchezza mi fa perdere il filo di quanto mi dice. Non si accorge che ogni tanto mi assento. Combatto contro il sonno. I colori delle case falsati da una luce dorata si proiettano nei miei pensieri, buche di angosce colme di persone in fuga, nascoste alla speranza. Il mio amico parla. Non lo ascolto. In questa terra mi sento anche io un immigrato clandestino. Un delirio di paranoia.
Mi domando se sono anche io in fuga. “no!” mi dico, “ho un regolare permesso per stare in questa nazione”. Ho visto troppe cose orribili ho ascoltato troppe storie di sfruttamento e nuove schiavitù (http://www.youtube.com/watch?v=M0vM7-5cSEY) per non prendere fino in fondo coscienza della disperazione che è attaccata addosso a tutta questa povera gente come una colla per catturare i topi. Avvicinandosi alla periferia le immagini che mi scorrono attorno non cambiano di molto. Le case sono sempre più uguali. Qua e là emergono chiazze di miseria sommersa. Lo vedi dai vestiti di chi attraversa le strade, dalle cicatrici sulle lamiere delle auto. I bambini che incrocio sono gruppi. Non c’è gioia di giochi. La preoccupazione della vita si legge su molti ingressi delle case, sui colori lasciati andare.
Chiedo quanta strada ancora ci divida all’appuntamento con Janet Dench, la Director Executive di una delle più efficienti organizzazioni che operano in questa grande nazione: loro non si occupano solo di accoglienza, ma studiano il fenomeno dei flussi migratori con rara competenza. Il desiderio di capire, di conoscere, mi concede un po’ di adrenalina. Stanchezza e curiosità mi fanno sembrare anche gradevole il lungo percorso. Montreal è una bella città, sicura, diversa dalle altre grandi metropoli dei confinanti USA. Qui non senti mai il pericolo, L’improvvisa ostilità del vicino. Quartieri ghetto proibiti a chi è di etnia diversa. Qui non vedi il concentramento di aree di miseria dove la povertà azzera leggi e comportamenti a favore dei gruppi dominanti. Probabilmente sarà anche qui così, come in parte scoprirò dal colloquio con Janet Dench, ma non è così sbattuto in faccia.
Janet Dench non fa questione di domande. Ci sediamo. Faccio appena in tempo a far partire il registratore e lei subito inizia, con l’intelligenza che le deriva dalla profonda conoscenza di ciò di cui parla, ad affrontare la questione dei flussi migratori nella sua nazione e nel mondo: “il problema del ‘traffico di esseri umani ‘ è un problema che si focalizza sullo sfruttamento del debole da parte del forte. La ricchezza e il potere non sono distribuiti nel mondo. Ci sono possedimenti, aree di sviluppo, dei paesi ricchi che sfruttano le persone dei paesi poveri. Questo lo possiamo vedere anche qui in Canada. Noi affrontiamo questo problema da alcuni anni. Per definizione il ‘traffico di esseri umani” è qualcosa che avviene nell’ombra, non è allo scoperto. Le persone non ne sono a conoscenza, anche chi è attento ai ‘Diritti Umani’ degli immigranti, dei rifugiati’, Molte sono le ragioni per cui le persone non conoscono la realtà del “traffico di esseri umani”. Si nega! Qui in Canada sentiamo spesso dire: “il traffico di esseri umani qui in Canada non c’è”. O più semplicemente “non c’è nella nostra città”. La verità è che le persone non vogliono aprire gli occhi e vedere, capire le situazioni che sono davanti a loro.
Ed anche quando le persone affrontano la questione del “traffico di esseri umani” tendono ad enfatizzare lo sfruttamento sessuale, la costrizione alla prostituzione. Questo è solo un aspetto tra i più evidenti. Ad altro dobbiamo guardare, molto più vicino a noi. Per esempio le situazioni domestiche. Abbiamo visto un numero di casi in Canada dove in una famiglia una persona, può essere una donna può essere un uomo o un bambino, viene tenuto rinchiuso in casa e forzato a lavorare senza interruzione, senza poter uscire e senza essere pagato! Sfruttamento forzato che utilizza la fragilità della persona. I poveri sono vulnerabili, spesso poi provengono da aree di oppressione. I trafficanti li portano in un altro Paese come il Canada, dove probabilmente non conoscono nessuno, non hanno uno status legale, non parlano inglese o francese. In queste condizioni non sono in grado di reagire in nessun modo, così i trafficanti possono impunemente arricchirsi. In Canada forse non abbiamo una situazione di “traffico di esseri umani” così acuta e diffusa come in altri Paesi.
Quale soluzione? Costruire una società che sia relativamente più egualitaria possibile e dove i diritti siano garantiti a tutte le persone. E questa è una delle ragioni per cui non è molto penetrato il “traffico di esseri umani”come in altri paesi. Ma conosciamo situazioni individuali di sfruttamento: domestico, commerciale o nelle fabbriche. E anche il termine “traffico” svia, perché in realtà ci sono vari livelli di sfruttamento: casi in cui la persona è completamente controllata e non è pagata, o casi in cui le persone sono minacciate ma sono pagate in una situazione molto svantaggiosa, senza contare le persone che hanno visti per il lavoro temporaneo che sono sul filo del rasoio perché hanno uno status, ma se denunciano le condizioni nelle quali devono lavorare possono essere deportate dal Canada.(
http://www.youtube.com/watch?v=M0vM7-5cSEY).
Quest’ultima categoria è la più sfruttata. La nostra organizzazione da diversi anni studia la situazione cercando di sensibilizzare le altre organizzazioni e le autorità più importanti, come la polizia. Quello che vediamo è che la polizia, pur incontrando situazioni dove le persone vengono sfruttate ma non hanno un regolare permesso in Canada, tratta questi lavoratori come immigrati senza Status; ossia gente che lavora illegalmente. Così è inevitabile che per questi lavoratori si aprano le porte della prigione e poi della deportazione, anche se le vere vittime sono loro. Così siamo arrivati alla conclusione tra di noi che dobbiamo focalizzare le nostre energie su due priorità principali: aumentare la consapevolezza sul “traffico di esseri umani” e proteggere le “persone che subiscono il traffico”. Non scordiamo che il rimpatrio del lavoratore non in regola significa renderlo ancora più vulnerabile ed esporlo a situazioni ingestibili per la persona stessa.
La legge in Canada non dice nulla specificamente riguardo alle “persone oggetto di traffico” ed è più probabile che vengano imprigionate. Questa è una grande preoccupazione per noi, perché non solo la legge non assicura che “le persone che subiscono il traffico” ricevano la giusta protezione come vittime del crimine, ma di fatto le penalizza e probabilmente le imprigiona. Abbiamo spinto per ottenere emendamenti specifici alla legge, che consentano alle “persone che subiscono il traffico” ad accedere ad una protezione urgente e immediata, perché sentano che in Canada sono al sicuro. Chiediamo che ci si occupi delle loro necessità più semplici per la loro sopravvivenza, che non abbiano paura della deportazione immediata e che abbiano abbastanza tempo per riprendersi dalla loro esperienza, dai loro traumi. E’ così che possono prendere decisioni serene sul loro futuro sia che vogliano tornare a casa o restare in Canada per proteggersi o andare in qualunque altro posto.
Stiamo anche proponendo che “le persone che subiscono il traffico” possano avere accesso alla residenza permanente in Canada. La nostra organizzazione è il “Canadian Council for Refugies”: una organizzazione che rappresenta circa 180 organizzazioni che lavorano o si occupano dei diritti dei rifugiati e degli immigrati. Tra di noi ci sono anche degli avvocati, ma soprattutto creiamo un network tra le varie organizzazioni che lavorano con i rifugiati imparando l’una dall’altra e condividendo le informazioni. Forniamo anche strumenti e produciamo materiali per spiegare il problema del “traffico umano” e invitiamo i nostri membri a unirsi a noi per spingere il governo a cambiare la legge e far si che “le persone che subiscono il traffico” abbiano protezione in Canada
”.
Nel salutarmi Janet Dench mi stringe forte la mano, e con un grande sorriso, accompagnandomi alla porta, mi augura buona fortuna per la mia inchiesta. Le sue parole mi gireranno tutta la notte nella testa. Una cosa è certa: nel mondo esistono ormai migliaia e migliaia di persone che dedicano la loro esistenza al contrasto del traffico di esseri umani, ma non c’è una coscienza di massa trasversale ai popoli, come la necessità di combattere le droghe e recuperare le vittime, eppure i due problemi coincidono quanto e di più pensassi all’inizio di questa inchiesta (dal Canada Luca De Mata) (17 – segue) (Agenzia Fides 20/4/2009; righe 128, parole 1.914)

AMERICA/CANADA — In volo verso Montreal - La valigia con lo spago (corrispondenza di Luca De Mata – 16)

Montreal (Agenzia Fides) – Ho lasciato il Belgio e sono in volo per il Canada. La mia inchiesta sull’immigrazione o meglio sui movimenti dei popoli da un continente all’altro mi sta sempre più portando all’interno di un fenomeno che una volta era solo di povera gente che, raccolte le sue povere cose, cercava in nuove terre nuove speranza e nuova fortuna, e soprattutto cercava un po’ di serenità che nella sua patria non aveva conosciuto. Questo è stato l’ andare sopratutto verso le Americhe e l’Oceania di milioni di Europei in flussi inarrestabili. Interi paesi si sono trasferiti in altre parti del mondo con il passa parola della miseria e della disperazione. I primi partiti sui ponti dei piroscafi con “le valigie legate dallo spago”, senza conoscere la lingua del paese che li avrebbe ospitati, senza nessuna certezza, vivendo solo la speranza di rimanere uniti nelle difficoltà che li avrebbero attesi. Furono milioni, ma certamente partivano come persone libere. Non schiavi. Ma ancora oggi è così ? No! Certamente no.
Più entro con questa inchiesta lungo i cammini della nuova immigrazione, più diventa evidente il disegno criminale che c’è dietro: sfruttare la disperazione e la miseria di milioni di individui. I tracciati che queste masse di povera gente deve seguire per entrare nelle nazioni dei privilegi sono ben delimitati e controllati dalle organizzazioni criminali. Oggi più che di immigrazione dovremmo parlare di tratta, di traffico di esseri umani, o ancora in modo più esplicito, di nuove schiavitù. A questa inchiesta da oggi voglio dare un nome “La valigia con lo spago”.
Perché questo nome “La valigia con lo spago”? La valigia con lo spago e subito, d’istinto, pensi alle immagini dei milioni di emigranti: Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi che, all’inizio dell’800 ed ancora fino agli anni ’50 del secolo scorso, si spostarono da un continente all’altro, con le loro valige legate, tenute sulle spalle, in fuga dalla miseria. Donne, uomini, adolescenti spesso analfabeti che, con caparbietà, sacrifici, volontà, sono stati mattoni reali che hanno contribuito alla costruzione della ricchezza dell’Occidente. Masse. Milioni di individui oggi integrati, figlie e figli di quelle valige di cartone. Oggi ancora più difficili da distinguere, ormai, da chi in quelle stesse terre era arrivato solo un secolo prima in fuga dalle miserie e dalle persecuzioni, quando non deportati con la forza.
E oggi? Senza valigia. Senza nulla. Milioni di ombre scivolano lungo montagne e coste per raggiungere un sogno. Sogno della fuga dalla fame, dalla morte che ti viene incontro nascosta dietro il sorriso di un ragazzo, di una donna di tritolo che, inerme, ti uccide insieme ad altri innocenti come te. Ombre che scivolano lungo le coste. Ombre senza valigia perché nella barca non c’è spazio. Ombre senza valigia per meglio attraversare i sentieri dei monti ed i loro precipizi. E se troppo pesanti, ombre lasciate affogare, rotolare nei burroni. Ombre che non devono lasciare tracce sui sentieri e le rotte dei mercanti della carne.
Le valige con lo spago sono loro: i loro corpi, o meglio le loro ombre. Criminalità comanda. La disperazione accetta. Pagamento anticipato. Carne, ossa e sangue da quel momento non sono più tuoi. Stabilito il prezzo tutto è dell’“Agenzia”. Nulla è più tuo, come non saranno più tuoi sogni e speranze. La valigia è la tua ombra. Lo spago è attorno al tuo collo e ti stringe, ti mozza il fiato. Spago di criminali, ricattatori, strozzini senza pietà, quando non fanatici del terrore. Tu devi pagare ed ubbidire. Tu devi diventare un ombra perché io ti porti di là! La valigia? Sei tu! Dare soldi! Tanti soldi! Un debito infinito grande come le speranze più dolci e più grandi di ognuno di noi. Dare soldi! Tanti soldi! Ed a Te uomo-donna valigia, sarà concesso di portare dentro di Te un sogno, solo un sogno! Perché la realtà sarà diversa quanto più grande è e sarà il tuo sogno. Si sa! Sognare costa. E così “l’Agenzia” Ti presterà i soldi per realizzare il tuo sogno. Benedetta “Agenzia”. Maledetto il mio sogno che ora mi incatena qui clandestino. Ombra costretta a prostituirsi, ombra di una schiava, ombra di uno schiavo. Dieci, dodici ore, con la schiena ubbidiente a stare chinata dove mi hanno tolto anche il tempo per sognare. Ho solo la memoria di quello che c’era di là, da dove sono fuggito. Terre di sangue e di nulla. E nulla è cambiato, anche qui solo chi è forte sopravvive.
Vi racconto i miei sogni. Il passato ed il presente sono in una stessa stanza dove tutte le notti devo scavalcare altri come me, per potermi abbandonare al sonno su un letto a fianco ad una specie di servizio igienico, dove vicino al lavandino c’è il fornello e la bombola del gas. Una stanza di odori acri, di umidità, di nessuna certezza neanche per la disperazione del mio sonno. Quando pensavo alla distanza che mi divideva da voi, mi chiedo: “Ho superato quella distanza?” . Quando ero di là mi dicevo: “Non so”. Non capisco i meccanismi, ma so di quello o di quella che sono arrivati di là: da voi, dove si compra e si vende felicità, dove non ci sono guerre e carestie.
Benedetta “Agenzia” che mi presterà i soldi per attraversare i mari ed i monti. E così sono caduto nella trappola degli ingegneri delle finanze criminali, degli spacciatori all’ingrosso, dei mercanti di prostitute, dei trafficanti di morte a volte in nome di una religione. Terrore. Sfruttamento. Schiavitù. Il mondo ricco ha paura delle ombre e così si spendono dai 25mila ai 30mila miliardi di dollari ogni anno per il controllo delle politiche migratorie e di asilo. Miliardi di dollari che potrebbero creare milioni di posti di lavoro, lì dove non c’è lavoro e qui dove ci vorrebbero sempre più lavoratori. Il mio aereo è atterrato. “La valigia con lo spago” mi attende anche in questa nazione. Scendo dall’aereo senza illusioni che qui troverò una realtà differente. Dagli amici che mi attendono mi sono già giunte tracce di storie non meno drammatiche e crudeli di quanto ho raccolto in Europa. (dal Canada, Luca De Mata) (16 – segue) (Agenzia Fides 17/3/2009; righe 64, parole 1024)

Intervista ad un Padre Missionario – Da un Paese dell’Asia al Belgio – (corrispondenza dal Belgio di Luca De Mata – 12)

Bruxelles (Agenzia Fides) – Mi trovo da alcuni giorni in Belgio, con l’aiuto della Caritas ho incontrato immigrati di varie nazionalità. Domenica sono stato al mercatino degli ambulanti, vicino al sottovia della stazione. Tante le giovanissime velate. Suoni e profumi del Nord Africa si percepivano già prima di entrare tra i percorsi delle bancarelle. Voglio parlare con loro. Ad un banco di Cd audio. “Originali?” – chiedo ad uno dei due venditori. Inaspettatamente risponde in italiano: – “Certamente!” alzando il volume della libanese. La gente attorno è tanta. Insisto: “ Non conosco l’Arabo. Non puoi aiutarmi?” . Ride e mi mette in una bustina tre CD. “Piace? È dentro la busta. Un paio scelto io. Fidati.” Pago. Non sono convinto. La mia faccia mi tradisce. “Tu non hai fiducia in me. Invece bellissimi.”
Mi allontano con la sensazione di non essere stato in Europa. Ero un estraneo tollerato. “Tu non hai fiducia in me. Invece bellissimi” a chi si riferiva? alla canzone? alla voce? al ritmo? oppure alla sua fede, alla sua onestà, al suo saper vendere. Sono in macchina verso un convento, e al mio amico che mi accompagna dalla Nunziatura Apostolica chiedo: “ma non siete preoccupati di tutta questa presenza musulmana? Tante donne velate. Ovunque”. Rimane in silenzio: “La verità è che io arrivo da un luogo dove tutte le donne girano con la testa coperta e quindi non vedo quello che tu osservi”.
E’ un dato: l’immigrazione musulmana sta crescendo ovunque in Europa. Moderati e fanatici. Il mio interlocutore, saggio, navigato diplomatico, sfugge l’argomento. “Ti stai fissando su un problema che si intreccia con i flussi migratori. Una realtà complessa. Le persone si muovono spinte da bisogni elementari, ma anche dal desiderio di arrivare in luoghi come questo, dove ognuno è libero di esprime il proprio credo.” L’auto accosta. Arrivati. Dalla portineria passiamo in una ampia sala su un magnifico giardino. Il padre ci accoglie con un magnifico sorriso: “So tutto, so tutto. Lei sta realizzando un’inchiesta sull’emigrazione ed i problemi che si porta dietro. Anche io sono immigrato qui, anche se il Signore ha fatto la terra per tutti. Vivo qui, in Belgio da 24 anni, i primi 32 li ho vissuti in Asia. Durante la guerra fra i comunisti e gli altri, io ero già al terzo anno di studi teologici.. Arrivarono i comunisti. Abbandonai gli studi. Fui mandato nei campi a lavorare. Il Vescovo chiese a me e ad altri quattro di prenderci cura di una parrocchia in una regione povera. Coltivavamo la terra per vivere e aiutare la diocesi. Nel 1976 i comunisti mi chiesero di lavorare per la “Gioventù Comunista” con l’incarico di segretario. C’erano pochissime persone di una certa cultura.

Ag. Fides: Ma lei Padre, in quelle condizioni, come faceva a vivere la sua vocazione, la sua opera di evangelizzazione?
Vocazione? In quel periodo abbandonai la religione cristiana. La pressione dei comunisti contro la religione, il Papa, i Vescovi e tutto quello che aveva significato cristiano era forte, ricattatoria. Ne fui vittima. Tre anni. Mi sono sentito violentato. Senza la Fede cristiana la mia vita era vuota.. Spingevo i giovani a lavorare. Sono stato complice della bugia. Parlavo, ma sapevo che stavo raccontando bugie. Promettevamo, ma in realtà non avevamo nulla. Ho abbandonato la “Gioventù Comunista” nel 1979. Verso la metà dello stesso anno i comunisti mi convocarono nuovamente per un’iniziativa che si chiamava “Movimento d’istruzione popolare degli analfabeti”.
Tre volte alla settimana, dalle otto di sera, ero a disposizione per insegnare a leggere e scrivere. Il progetto in sé era buono, ma irrealistico. In un villaggio, in piena campagna, la gente più che saper leggere e scrivere doveva sopravvivere; dovevano lavorare i campi e, se non bastava, la sera dovevano accudire gli animali, pensare alla casa. Passai tutto il tempo da solo. Le persone non venivano. Alla fine dell’anno, per gli esami, al posto degli adulti ho chiesto ai bambini di venire a sostituirli. Con  paura e gioia dichiarammo che nel nostro villaggio l’analfabetismo era stato sradicato. La realtà era totalmente diversa. Ero deluso: non c’era concordanza tra quello per cui il regime s’impegnava e la realtà quotidiana. Nel 1982 mi dimisi per onestà e fui subito arrestato.
Fui mandato ai lavori forzati. Mi sospettavano di spionaggio perché la mia famiglia era fuggita all’estero. Fui costretto a dichiararmi pubblicamente contro i miei genitori, i miei fratelli, le mie sorelle. Promisi fedeltà al partito comunista,. Mi sorvegliavano ogni secondo.  Finalmente sono riuscito a lasciare il paese. Fu un viaggio lungo. Arrivai qui in Belgio. Tutto era completamente diverso: ero disorientato, a mani vuote. Dopo quattro giorni dal mio arrivo, sono entrato in questo monastero dove sono stato accolto con calore e pietà. Nel 1985 diacono e nel 1986 sono diventato prete Ora sono responsabile di quattro parrocchie a Bruxelles
Nella mia esperienze di emigrante, c’è la sofferenza di aver dovuto abbandonare tutti i legami d’origine, la lingua materna. Il Signore capisce tutte le lingue, ma per noi e difficile esprimersi in una lingua straniera, è difficile soprattutto esprimere quello che viene dal nostro cuore. La seconda cosa riguarda il lavoro. C’è una differenza di mentalità.  Per gli asiatici c’è sempre una relazione fra le cose, fra le idee. C’è una difficoltà nelle relazioni. Quando ogni giorno devi parlare in pubblico, nelle parrocchie, nelle chiese, davanti a cento o trecento persone, sei sempre uno straniero. Io sono uno giallo che celebra la Messa fra i bianchi. Per i bianchi è altrettanto difficile inizialmente.
Ma ci sono anche tante ricchezze. Nella mia stessa famiglia abbiamo due religioni. Mio padre buddista, mia madre di fede cattolica. Sono nato e cresciuto fra queste due realtà. Per esempio insegno a  meditare anche ai bambini di otto anni in occasione della prima Comunione. L’apporto di altre ricchezze culturali ci potrebbe aiutare a riempire il vuoto in un paese dove si produce e si consuma troppo, e dove non si pensa più alla vita interiore. Nel gruppo di sacerdoti che lavorano nelle mie quattro parrocchie ci sono due congolesi, un rumeno, un magiaro, un solo belga, ed io che sono asiatico. È una squadra internazionale e si lavora molto bene perché ora nelle parrocchie non ci sono solo europei, ma anche molti africani, asiatici e di altri continenti.

Ag. Fides: Una seconda ed ultima domanda. La sua vita in questa comunità missionaria che opera nel cuore dell’Europa ?
Vivo in una comunità con frati di tutto il pianeta. Il mio superiore è asiatico, venuto dalla Birmania. Il vicario, vale a dire il suo vice, è togolese. Un mio confratello è americano e lavora per la formazione dei missionari, un altro confratello è congolese ed è il mio vicario nella parrocchia, e così via. Noi condividiamo tutta la nostra ricchezza culturale, la ricchezza di ognuno di noi, di ogni paese e continente. Grazie a questa realtà, abbiamo una grande apertura, perché siamo obbligati ad aprirci per accettare l’altro, visto che non abbiamo la stessa cultura. Per comunicare tra noi si deve imparare il francese, in caso contrario ognuno avrebbe parlato la sua lingua. Ovviamente anche tutto quello che si riferisce al cibo, alle idee, è altrettanto un arricchimento. A livello della Santa Messa, della preghiera, della vita spirituale, è la stessa cosa: c’è sempre un contributo di ogni frate alla vita religiosa.  (da Bruxelles, Luca De Mata)  (12 – segue) (Agenzia Fides 22/1/2009; righe 84, parole 1227)

 “Il condominio, il quartiere Turco e la pensionata italiana – paure e speranze”
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 11)

Germania (Agenzia Fides) – Sono in Germania. Dove? Non ha importanza. E’ una delle grandi città tedesche, di quelle che non hanno conosciuto il comunismo e sono cresciute anche grazie al lavoro di tanti immigrati. E’ Estate. Domami ci sarà l’incontro di calcio tra Turchia e Germania. Bandiere immense ovunque. Con più insistenza lì dove sono a maggioranza di immigrazione Turca. Grandi le Turche. Grandi le Tedesche. Il vento tifa per ambedue le squadre gonfiandole e dando un senso di festa ad un pomeriggio afoso. Ho un appuntamento con due signore italiane che ora sono e si sentono parte di questa nazione. Finita la II guerra mondiale, trascinandosi delle enormi valige di cartone legate con lo spago, erano venute qui insieme ai loro genitori. La Germania stava ripartendo ed aveva bisogno di lavoratori. Tutte e due giovanissime iniziarono pulendo latrine e corridoi. Impararono la lingua. Incontrarono due compaesani e si sposarono. Ora sono vedove. In pensione. I figli hanno tutti un buon impiego. Non lì conoscerò tranne per le fotografie che sono un po’ ovunque o mi mostrano. Una delle due, la più giovane mi saluta subito dopo il mio ingresso. Solo dopo capirò che non voleva rilasciare interviste. Non saltano un appuntamento con il Signore. Non sono donne di un secolo fa, ma ben coscienti di quanto le circonda. Nessun preconcetto o risentimento. Mentre iniziamo a parlare ed una esce dalla porta di casa squilla il telefono. La signora italiana va a rispondere. Parla in tedesco. Chi mi ha accompagnato mi riferisce che è il figlio a parlarle. Aggiunge a voce bassissima :”Non Ti rilascerà nessuna intervista e ci chiederà di stare qui il meno possibile.” – Così è. Ha paura. Ma di cosa. Le garantisco l’anonimato, le garantisco che faremo nessun riferimento a luoghi o situazioni che siano riconducibili alla Sua persona. E’ irremovibile. “possiamo parlare di tutto, ma non della mia condizione di immigrata oggi.” Poi aggiunge:” Qui le cose sono cambiate. In questo quartiere non si facevano differenze. Religione. Razza. Lingua. Ci aiutavamo come capitava. Ora mi sento tedesca e basta. In questa casa ho allevato i miei figli. In questo quartiere ho camminato affianco a mio marito. In queste strade ho costruito la mia vita. Sulla poltrona su cui lei è seduto ho pianto e stretto di gioia i miei figli. Io di qui non mi muovo. Qui voglio morire” – Ora inizio a capire, e mi ritornano anche gli avvertimenti preoccupati di chi mi accompagna. Questa donna che ha sacrificato tutta la vita probabilmente ora è minacciata da qualche estremista che vorrebbe il quartiere tutto per loro. Sottovoce, quasi avesse paura di essere ascoltata: “Ho avuto la sensazione che mi minacciassero. Sono circondata da gesti ed umori dei miei vicini che fino a ieri mi erano sconosciuti. Prima mi sentivo un ‘estranea perché immigrata, oggi sono altri immigrati che mi fanno sentire estranea. Penso e ragiono in tedesco, quando sono in Italia ho una sola idea: tornare qui. Questa è la mia casa. Mi dispiace anche se prima volevo, ora ho deciso, anche su consiglio dei miei figli, non rilascerò nessuna intervista. Le rispondo:” Non si preoccupi, ma perché non vive con i figli?”. Rimane in silenzio. “In questo quartiere una volta eravamo tutti una famiglia: quella degli immigrati. Oggi non più. I giovani vanno via. Rimaniamo solo noi anziani legati ad un passato in cui tutti convivevamo poveri, ma amici. Questa amicizia non la si sente più. E così mio figlio mi dice sempre – Mamma vieni via -, ma io rimarrò qui, e la prego non mi faccia dire più nulla.” Scendo in silenzio le scale con il mio accompagnatore. Lui è un uomo intelligente. E’ diacono. In macchina gli domando: “ Ma perché mi hai portato da questa signora?” mentre rivolgo la domanda guardo oltre i finestrini. Non incontro sguardi amichevoli tra le persone che ci osservano salire ed allontanarci. Ora mi è tutto più chiaro quello che succede in questo quartiere di immigrati una volta Italiani e Turchi, Cristiani e Musulmani. Qui si è infilata la faziosità dell’estremismo. La povera pensionata con le mani segnate da anni di lavori umili è faticosi è semplicemente diventata non più amica e Lei ha paura. Questa intervista non l’avrò mai. (Germania, Luca de Mata) (Agenzia Fides 5/1/2009)

“Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza” – se la mafia è uno degli strumenti dell’immigrazione clandestina, dall’altra costringe ancora tanta povera gente ad emigrare dal sud dell’Italia verso altre nazioni -: testimonianza di P. Ermenegildo Baggio, Scalabriniano, parroco della Comunità italiana a Colonia
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 9° parte)

Colonia (Agenzia Fides) -  “Da circa sedici anni sono qui a Colonia, e sono Parroco della comunità italiana. In città, a Colonia, ci sono circa ventimila italiani e nell’ambito della missione circa trentacinquemila. Questo della comunità italiana, dell’emigrazione italiana in Germania, è un fenomeno poco conosciuto in Italia, perché oggi si pensa solo agli immigrati che arrivano in Italia e pochi sanno che esiste un canale di migrazione continua tra la Germania e il sud Italia. Sono circa cinquantamila le persone che vanno e vengono tra Germania e Italia, a seconda delle circostanze economiche, delle crisi dei vari Paesi.
Ho l’impressione che questo fenomeno sia determinato praticamente da un certo sottosviluppo del sud Italia, ma anche dalla presenza della mafia, che domina intere regioni del meridione. E’ un’immigrazione, proprio perché molto mobile, che ha grosse difficoltà ad inserirsi qui in Germania. Uno dei problemi dell’inserimento è la scuola, e di questo si sono accorti anche i tedeschi: il sistema tedesco infatti opera una selezione precocissima, e dopo soli quattro anni viene già scelto il curriculum scolastico. In questo campo la missione italiana, poi l’Arcidiocesi e adesso anche la comunità, hanno investito forze cospicue, grazie alle quali oggi esiste una scuola italiana ritenuta un elemento molto importante per l’integrazione della comunità. Il rischio è che la comunità italiana si integri in Germania, ma a un livello basso, nell’area del sottoproletariato. Tale fenomeno è ormai mondiale, e riguarda soprattutto l’emigrazione dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi.
In Europa arrivano masse di persone dall’Africa, dall’Est, dall’America Latina; in questo quadro una nicchia tutta particolare è costituita dal fenomeno migratorio tra il sud Italia e la Germania. L’Italia riceve molti stranieri, adesso si parla di milioni, e contemporaneamente gli italiani continuano ad andare all’estero. Molti di loro arrivano qui in Germania, e hanno bisogno di assistenza: Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza.
La Missione Cattolica italiana sin dall’inizio si è interessata molto della scuola e ha dato inizio a corsi serali per gli italiani. Infatti i giovani che arrivano qui non hanno terminato le scuole magistrali o professionali e una comunità per svilupparsi ha bisogno di un’elite, e questa la può creare solo la scuola. Come dicevo, la scuola è un problema per la comunità italiana perché stranamente gli italiani, tra tutte le comunità straniere presenti in Germania, sono quelli che hanno la più bassa riuscita scolastica.
Questo ci dice anche che l’immigrazione in Europa non è solo un problema sociale, ma è anche, fondamentalmente, un problema culturale, di identità. Per questo la scuola è un elemento fondamentale, e forse chi non ha fatto l’esperienza migratoria non si rende conto di cosa significa vivere in un territorio che parla una lingua che non è la tua. Anche se tu sei nato qui e parli il tedesco meglio dell’italiano, ma in casa però senti parlare in dialetto, più che un bilinguismo si rischia un bi-analfabetismo. Questo è uno dei temi che occupa molto le forze più vive della comunità italiana e anche la stessa Missione Cattolica.” (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 22/12/2008)

EUROPA/SPAGNA “Voglio per me e la mia mamma un luogo dove vento e pioggia non entrino”. (corrispondenza dalla Spagna di Luca De Mata – 3^ parte) Cuenza (Agenzia Fides) – Sono quasi alla fine del soggiorno a Cuenca. Il tempo è di quelli che piove e non piove, è grigio e non è grigio. I colori si accendono e si spengono, o meglio si appiattiscono insieme al paesaggio. Mi parlano di un ex orfanotrofio, ora centro che accoglie soprattutto bambine di famiglie in difficoltà. Decido di andare a visitarlo. Alcuni si preoccupano degli sbarchi dei clandestini e non si rendono conto che è tutto il mondo che sta sbarcando in una nuova realtà che ci ha colto tutti di sorpresa. O meglio, ha colto di sorpresa chi non ha voluto ascoltare e vedere quanti lo annunciavano dai nostri tanti territori di missione. Gli europei invecchiano inesorabilmente ed hanno sempre meno figli. Le cause? Si è spinto sulla secolarizzazione e su una società svuotata di principi di solidarietà reale. Sempre meno barriere all’aborto. Ideali egocentrici. Media sempre più su piatte posizioni qualunquistiche. Poche le nicchie di informazione reale e di dibattito. Tutto questo è stato centrifuga di accelerazione di un processo globale di disumanizzazione delle nostre società. Per un’agenzia cattolica come Fides riconoscere che c’è un allontanamento dalle radici cristiane, come è anche successo nella costituzione della Comunità Europea, non ci gratifica, ma questo è anche stimolo ad impegnarci di più nella difesa della Persona-Creatura di Dio, con coerenza nell’informazione e nella fedeltà al Magistero. Campagne, fabbriche, imprese hanno bisogno di braccia, di lavoratori, di professionalità che se si pagano meno tanto meglio. La piaga del caporalato, dello sfruttamento in nero, è ora sempre più un fenomeno diffuso nel quale la criminalità ha trovato nuove fonti per i suoi guadagni illegali, anche se in questa zona della Spagna dove sono ora non è così evidente come in altre parti. La casa di accoglienza dove mi sto recando, è stata affidata dal Vescovo di Cuenca ad un ordine nuovo, efficiente e diffuso di giovani vocazioni che provengono da livelli di studio molto alti, tutte suore plurilingue. Sono una comunità generosa ed efficiente che vive in povertà e preghiera. La loro giovane comunità si chiama Siervas del Hogar de la Madre. A Roma ho conosciuto il fondatore: un sacerdote della mia età, talare e computer. Questo è un motivo in più perché io vada a visitare questo posto, tanto più che rientra nella mia inchiesta: capire i flussi migratori e quanto è in relazione alla complessità della sfida dell’Evangelizzazione dei Popoli e quindi cosa significhi oggi essere missionari, senza che per questo le tematiche sociali facciano scordare Vangelo e Magistero del Santo Padre e il tempo di incontrare Dio nella preghiera. Poco più di venti minuti di auto sulle strade della Spagna dei mulini e dei villaggi di case bianche ed ordinate. Arrivo alla meta. Suor Maria è ad attendermi. Intorno a lei volti di bambine e ragazze felici, per la maggioranza sudamericane. Suor Maria cammina spiegandomi dove sono e rispondendo alle mie domande. Allora Suor Maria mi racconti un po’ di questo centro. Cosa fate? come nasce e cosa pensate per il futuro di queste ragazze che accogliete? Ieri questa era una casa per ospitare orfane, oggi casa soprattutto per figlie di poveri… Si, questo è un centro d’accoglienza per bambine povere ed orfane. Fondato più o meno 40 anni fa con il lascito di una donna pia, ricca, generosa e senza figli. Donò tutti i suoi beni per aiutare quelle che considerava tutte sue figlie predilette: bambine povere ed orfane. Bambine che non avevano mezzi per studiare e costruirsi la vita. Da allora la società è cambiata profondamente. Sono sempre più i casi di bambine con problemi in famiglia, Sono orfane di affetti, più che orfane di genitori. Ragazze giovanissime che hanno bisogno di aiuto, dedizione, perché scordino sofferenze e soprusi. Noi cerchiamo di dare loro l’ amore che non hanno mai conosciuto perché ritrovino fiducia in se stesse e nel prossimo. Il Vescovo è il Presidente di quest’opera, coadiuvato dal sindaco che è una donna, e noi religiose siamo le educatrici. L’ambiente qui è una famiglia con molti momenti di vita comune. Ogni ragazza ha la sua stanza. Cerchiamo di fare in modo che imparino tutto, dalle più semplici faccende di casa al gusto di decorarla. Qui imparano a fare di tutto, semplicemente come noi suore. Le ragazze sono tutte cattoliche? Vorrei capire come delle suore giovani ed impegnate riescano a far convivere diversità culturali, religiose, storie complesse… Certamente non possiamo e non vogliamo obbligare nessuna di loro a praticare la nostra Fede, ma c’è il nostro esempio quotidiano. Educhiamo con lo stile di San Giovanni Bosco, e la sera a quelle che vengono in cappella, diamo quello che chiamiamo la “Buona Notte”, cercando di insegnare l’amore per il Signore e per la Madre di Gesù. Non ci nascondiamo nel dimostrare quale è per noi il senso della nostra vita. Oggi in Spagna alle cose di Dio non si presta attenzione più di tanto. A volte ci sembra di trovarci di fronte a dei muri di pregiudizi, impotenti di fronte alle ferite che queste bambine si portano dentro. Ma quel Crocifisso sul muro ci ricorda che non possiamo non aiutarle. Se la Madre del Signore le ha portate fin qui, sarà per qualche ragione. E così noi non le abbandoniamo al loro destino. Ultimamente in Spagna ci sono sempre più emigrati, e quindi anche qui sempre più ragazze dell’America Latina. Il nostro sforzo è farle sentire famiglia, far sentire loro l’affetto che non hanno conosciuto. Indichiamo loro la strada verso il Bene. Crescere verso il bene non è cosa da poco, ma Lei vedo che ha sottolineato il termine “indicare” la strada verso il Bene. Ma poi queste ragazze, quando frequentano quotidianamente la scuola all’esterno, al contatto di un mondo diverso da quello che respirano qui con voi, come reagiscono? Quanto avvertono in un ambiente non protetto come questo, diversità culturali e di provenienza? La scuola è in fondo un sistema che deve integrare in una cultura comune. Tutto questo non diventa un ostacolo? In qualche modo non interferisce con il vostro metodo che lavora sul recuperare autostima e voglia di vivere ? Si, in parte è vero, ci sono problemi. Provengono da storie difficili, e non è facile aiutarle. A volte più che l’integrazione è proprio il voler emulare la società che le circonda che le contamina con tutti i problemi che ha la gioventù di oggi. La differenza è che questa gioventù, diciamo autoctona, non ha mai conosciuto la sofferenza vera, mentre loro si! Si innescano quindi processi di emulazione e non di integrazione, e se il modello è negativo tutto si complica. Anche se poi tutto questo è solo in parte vero, perché se le ragazze provengono da famiglie di immigrati riconoscono che hanno bisogno di aiuto. Sono storie di miseria che fuggono verso un sogno. Nostro compito è trasformare il sogno in realtà positiva, con il nostro esempio di una fede vissuta integralmente. Se vuoi capire di più leggi questi loro pensieri, ma che rimangano anonimi! Suor Maria apre due quaderni, cerca le pagine e con un grande sorriso mi invita a leggerle. Il primo è di una bambina colombiana:”Non avevamo denaro, di che mangiare, e così dalla Colombia mia madre è venuta qui in Spagna per il lavoro, e mandava un po’ di denaro alla nonna. Io sono qui per poter avere dalla vita qualcosa di più di quello che ho avuto fino ad ora. Vorrei vivere una vita normale con la mamma vicino a me in una bella casa. Non voglio che tutto questo rimanga un sogno, ho imparato qui dalle suore che puoi farcela anche partendo da zero. Per molte ragazze delle vostre nazioni è normale quello che per noi è una conquista quotidiana, come poter mangiare, avere acqua che scorre in casa, un letto, una cucina e non il fuoco in un angolo dove anche 8,10 persone, come nella mia, vivevano. Voglio per me e la mia mamma un luogo dove vento e pioggia non entrino”. Il secondo è il quaderno di una bambina dell’Honduras: “Non avevamo denaro per poter venire tutti insieme. Io sono rimasta con i miei zii per un anno. Ora sono in questa casa perché papà è morto. Mi manca molto il mio paese, non mi sono abituata al freddo di qui”. Mentre dal finestrino dell’auto mi scorre davanti il paesaggio, allontanandomi penso all’ultima frase, quella del freddo, a quale freddo si riferiva? Probabilmente a quello della nostra indifferenza, incapaci di accogliere, di vedere nell’altro una persona. (da Cuenca, Luca De Mata) (3 – segue) (Agenzia Fides 31/7/2008)

Dall’Enciclica Redemptoris Missio: “Fra le grandi mutazioni del mondo contemporaneo, le migrazioni hanno prodotto un fenomeno nuovo: i non cristiani giungono assai numerosi nei paesi di antica cristianità, creando occasioni nuove di contatti e scambi culturali, sollecitando la Chiesa all’accoglienza, al dialogo, all’aiuto e, in una parola, alla fraternità. Fra i migranti occupano un posto del tutto particolare i rifugiati e meritano la massima attenzione. Essi sono ormai molti milioni nel mondo e non cessano di aumentare: sono fuggiti da condizioni di oppressione politica e di miseria disumana, da carestie e siccità di dimensioni catastrofiche. La Chiesa deve assumerli nell’ambito della sua sollecitudine apostolica. Infine, si possono ricordare le condizioni di povertà, spesso intollerabile, che vengono a crearsi in non pochi paesi e sono spesso all’origine delle migrazioni di massa. La comunità dei credenti in Cristo è provocata da queste situazioni disumane: l’annunzio di Cristo e del regno di Dio deve diventare strumento di riscatto umano per queste popolazioni”. (RM n.37)

Cuenca (Agenzia Fides) – Spagna. Siamo nelle terre descritte da Miguel de Cervantes: ancora tra antichi mulini a vento, completamente restaurati, e nuovi grandi torri eoliche produttrici di energia. A Cuenca incontriamo il Vescovo, Sua Ecc. Mons. Josè Maria Yanguas Sanz. Siamo qui per parlare di immigrazione ed evangelizzazione dei popoli. Da questa zona della Spagna fino a ieri si partiva con valigie legate con lo spago per terre sconosciute in cerca di speranze e nuova vita, ripercorrendo strade già aperte da tanti missionari: saio, Crocifisso e Vangelo. Oggi non si parte più, anzi arrivano, da nord e da sud, intere famiglie da terre sconosciute, padri in avanscoperta per cercare quello che, da dove vengono, non hanno mai avuto. La cittadina di Cuenca è splendida. Medievale. Vicoli e palazzi con stemmi.

E’ Domenica. Una chiesa. Una Santa Messa per un matrimonio in una delle lingue dei popoli dell’est. Nello stesso momento nella straordinaria Cattedrale sta entrando in processione il Vesocovo, seguito dal suo popolo. Famiglie piene di devozione. Turisti dietro una corda fotografano, poi alcuni si uniscono ai canti ed alle preghiere. Il profumo dell’incenso. La luce delle vetrate. L’organo. Tutto aiuta a vivere la Messa con devozione. Tutti sono arrivati ordinatamente ai loro posti. Ogni panca è occupata. Sul fondo alcuni sono in piedi. Due bambini piccolissimi si rincorrono e poi si siedono ai piedi dell’altare. Sembrano due angeli mandati dal cielo. Rimarranno lì fino alla fine della funzione. Il loro silenzio, la loro compostezza, ci ricordano il valore dell’innocenza che abbiamo smarrito. Sono due bambini chiaramente non Europei: figli di immigrati. Non è stato facile alla fine della Santa Messa seguire il Vescovo. Tutti vogliono una parola, la benedizione per i loro bambini e per se stessi. Una parola di conforto per chi non è potuto venire. La folla è tanta e se non fosse per il Pastorale che sovrasta tutti, sarebbe difficile seguire la strada verso la sacrestia. Entriamo. Il Vescovo che si sta toglienndo i paramenti ci mette a nostro agio. “La Cattedrale è la vostra e la casa di tutti” ci dice: “ Sedetevi… vi prego”. Parola non di circostanza, ma di affetto paterno. Davanti a noi non c’è un’autorità ma un Vescovo, un Apostolo. Più che un’intervista è un dialogo che ci lascerà la ricchezza di un insegnamento.

 Ag. Fides: Cara Eccellenza, oggi il fenomeno migratorio sta conoscendo dimensioni sconosciute fino a pochi anni fa, è un fenomeno che coinvolge la Chiesa e la dimensione, la cultura della missione, in tutti suoi aspetti, in primis proprio l’Evangelizzazione dei Popoli. Ieri erano soprattutto popoli che da nazioni di radici e tradizione cristiana si muovevano verso territori dove erano andati, in avanscoperta, se mi consente dirlo, i nostri missionari, con il loro coraggio, la loro dedizione, il loro slancio di amore nel diffondere la Parola di Nostro Signore Gesù Cristo. Oggi è tutto cambiato. In territori come la Sua Diocesi entrano e si insediano popoli di tradizioni e storie diverse. L’Evangelizzazione ha una nuova sfida. Siamo preparati?

 S.E. Mons. Yanguas: Il fenomeno dell’emigrazione è un fenomeno nuovo anche in Spagna, come nella nostra diocesi di Cuenca, come in altri paesi dell’Europa. Forse non cosi rilevante come in Inghilterra o Francia, ma naturalmente un fenomeno che si percepisce nelle strade e nella società spagnola. È un fenomeno che raggiunge dimensioni notevoli in molti posti. Anche il l0-15 percento. Nella costa di Levante della Spagna, l’immigrazione è ancora più evidente. E’ una sfida alla nostra società spagnola, e a Cuenca in particolare. Una città che aveva una tradizione di emigrazione più che di immigrazione. Una città che non era abituata a ricevere persone che vengono da fuori. Da altre nazioni. Da altre culture. Da altri continenti.

 Ag. Fides: Certamente per la Chiesa questa è anche una grande occasione per avvicinare ed incontrare fedi e culture diverse

 S.E Mons. Yanguas: Se l’emigrazione rappresenta una sfida dal punto di vista culturale, ma anche politico, economico, lo è ancora di più dal punto di vista religioso. La Chiesa ha saputo fare fronte a questo fenomeno fondamentalmente ravvivando il senso dell’accoglienza.

Ag. Fides: Eccellenza, mi scusi, ma accoglienza può significare tante cose, ma per la Chiesa in particolare?

S.E. Mons. Yanguas: Accoglienza significa mettersi a disposizione di queste persone che hanno carenze soprattutto nei primi momenti: lingua, cultura. Sono persone che si trovano in situazioni lavorative nuove, con difficoltà e problemi, che a volte toccano i loro diritti fondamentali, Che sono poi i diritti fondamentali della “Persona”.

Accoglienza, per la Chiesa, non può limitarsi ad un lavoro pur necessario, di carità. La relazione col mondo dell’emigrazione non può limitarsi alla Caritas. La Chiesa ha la missione di Evangelizzare.

In altri tempi siamo andati dall’Europa verso i nuovi paesi nei nuovi continenti, con i nostri missionari, ad evangelizzare quelle terre. Ora sono molte le persone di quelle terre che vengono in questo “vecchio” continente, in Spagna, in questa diocesi di Cuenca, e la Chiesa deve sentire la sfida dell’evangelizzazione.

Molti di essi provengono da paesi di tradizione cristiana e molti di essi sono cattolici. Altri sono ortodossi. Altri provengono dal nord dell’Africa o dell’Africa Subsahariana.

 

Ag. Fides: Eccellenza, Lei ha una grande esperienza non solo Pastorale, dal momento che ha anche lavorato a Roma, nel cuore della Chiesa Universale, può dire che siamo preparati a questa nuova Evangelizzazione dei Popoli proprio qui, dove più forti sono le tradizioni e le radici cristiane?

 

S.E. Mons. Yanguas: Penso che la Chiesa, la Chiesa di Cuenca, ha come prima sfida quella di predicare soprattutto a queste persone che non hanno la nostra stessa fede, la Fede cristiana annunciando loro il Vangelo. Sono persone che vengono in un paese di antiche e ricche tradizioni cristiane, imbevuto della fede che abbiamo ricevuto dai nostri antenati. Fede che in forme e modi ha raggiunto livelli tecnici ed artistici altissimi nelle sue varie espressioni.

Questi nuovi cittadini che arrivano nelle nostre terre, vengono anche con i loro valori, le loro culture. L’atteggiamento di tutti coloro che accolgono quanti vengono da noi, deve essere di apertura. Questo significa avere uno scambio, ricevere il meglio da ogni cultura.

E cosa è migliore della nostra cultura, della nostra eredità storica, se non la nostra Fede ?

Di qui la necessità di annunciarLa e di proclamarLa e di dare ai questi nostri fratelli a questi nuovi concittadini quell’eredità e quella tradizione che è rappresentata dalle opere d’arte, e che è stata la matrice del progresso per le nostre società.

 

Ag. Fides: Ma tutto questo come si può articolare concretamente, viste le diffidenze, quando non dichiaratamente le ostilità, di certe culture?

 

S.E. Mons. Yanguas: La sfida dei nuovi fenomeni dell’emigrazione obbliga ad atteggiamenti, a programmi nuovi, che sappiano offrire insieme all’accoglienza cordiale, sincera, leale, caratteristica della vita cristiana, anche la predicazione, la proclamazione, l’annuncio gioioso, allegro, deciso, convinto della Fede cristiana.

Sarebbe un errore, un grande errore, pensare ad una specie di cultura o religione universale valida per tutti. No. Secondo me quello che ci è chiesto in questi momenti, come sempre, è la fedeltà alle nostre radici. Fedeltà alla nostra fede, che è annuncio sincero, gioioso, familiare, sapendo che è un bene per tutta l’umanità. Sapendo che è un bene la verità di Gesù Cristo che sta al di sopra, e che porta a pienezza qualunque altra verità, qualunque altra scintilla che esiste nel cuore degli uomini. Le nozione di Persona, di diritti fondamentali della Persona, di dignità della Persona, di diritto naturale sono un tutt’uno.

Tutto questo costituisce una parte notevolissima della tradizione occidentale, di quelle radici cristiane della nostra tradizione, nelle quali possono inserirsi valori autoctoni delle persone che vengono tra noi. Questo è il modo di raggiungere la vetta di quei nobili valori che possono portare con sé queste Persone, Ripeto, secondo me, questa situazione costituisce un momento splendido per l’esercizio della carità, ma costituisce al contempo un momento altrettanto splendido ed un’opportunità splendida di predicare ed annunciare la Fede a questi nostri fratelli che vengono alla ricerca di migliori mezzi di sussistenza.

 

Ag. Fides: Grazie Eccellenza e buon lavoro per Lei e tutta la Sua, mi permetta di ripetere le Sue parole, “Splendida Comunità”. (Da Cuenca, Luca de Mata)

 

Scheda – Mons. José María Yanguas Sanz è nato il 26 ottobre 1947 a Alberite (La Rioja), diocesi di Calahorra e La Calzada –Logroño (Spagna). Nel 1971 ha concluso gli studi ecclesiastici nel Seminario di Calahorra. Ê stato ordinato sacerdote il 19 giugno 1971 per la diocesi di Calahorra. Nel 1978 ha completato il Dottorato in Teologia presso l’Università di Navarra, e nel 1991 quello in Filosofia nella stessa Università. Dopo la sua ordinazione sacerdotale ha svolto numerosi incarichi: 1971-1972: collaboratore in diverse parrocchie di Logroño; 1972-1976: professore di Teologia all’Università di Navarra per gli universitari delle Facoltà Civili; 1976-1981: professore aggiunto di Teologia Dogmatica nella stessa Università; 1981-1989: professore aggiunto di Teologia Morale; 1988-1989: membro della “Direzione di Investigazione” della Facoltà di Teologia; 1971-1989: collaboratore pastorale nella parrocchia di S. Nicolás a Pamplona durante l’anno accademico, ed in varie parrocchie di Logroño durante le ferie estive; 1989-2001: addetto nella Congregazione per i Vescovi. 2001-2006: Capo ufficio della Congregazione per i Vescovi. Il 23 dicembre 2005 viene nominato Vescovo di Cuenca. Riceve l’Ordinazione Episcopale nella Cattedrale di Cuenca e prende possesso della Diocesi il 25 febbraio 2006. (1 – segue) (Agenzia Fides 24/7/2008)

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