AMERICA/CANADA – MISSIONE ED EMIGRAZIONE - Il traffico di esseri umani, una realtà che coinvolge anche questa parte del mondo. Eravamo convinti che in una nazione democratica ed aperta come questa per la nostra inchiesta (“La valigia con lo spago”) tutto sarebbe stato più facile, ma anche qui il confronto con l’amaro dell’indifferenza non manca (corrispondenza di Luca De Mata – 17)Montreal (Agenzia Fides) – Canada.
Non ho praticamente dormito un rigo di sonno, non ho scaricato sogni, tensioni, attese. Sono in un buon albergo, forse il migliore di tutto il mio viaggiare. Tutto pulitissimo. Sul monitor del televisore c’è persino scritto “Benvenuto signor Luca De Mata”. Il letto è grande. Lenzuola bianche come nubi mi attendono per farmi sognare. Stanco, prendo su la borsa del registratore e delle macchine fotografiche. Mi consolo al pensiero del ritorno. Il grande letto dove sprofondarmi a dormire. Il sonno è arrivato e bussa ferocemente, chiede il suo spazio. Vorrei, ma il mio amico canadese già fa squillare il telefono della mia stanza. Impazienza nelle sue parole. Impazienza della stanchezza che, compiuto il suo ciclo, mi chiama a rigenerarmi. Fatico ad essere presente. La responsabilità di essere arrivato fin qui, le persone e le organizzazioni coinvolte, mi impongono tempi e scadenze programmate da settimane.
Chiudo la stanza con il peso delle apparecchiature per il lavoro con il cambiamento di fuso orario che mi stringe d’assedio. Non mi era mai successo. Gli aeroplani sono una gran bella cosa. Un tempo viaggi di mesi, oggi in poco più di venti ore raggiungi luoghi che una volta erano solo racconti di chi li aveva raggiunti. L’ascensore atterra veloce. Io ed il mio amico ci abbracciamo come vecchi amici, anche se tra noi due c’è solo stato uno scambio fitto di e mail che ci ha fatto condividere idee e la passione per la Verità. Questa amicizia è il web della solidarietà. Se ieri una banale lettera viaggiavano con gli stessi tempi e gli stessi mezzi delle persone, oggi la rete ti unisce in tempo reale. Ancora più nel nostro lavoro. Queste mie stesse parole non avranno mai la freschezza della testimonianza del filmato di un cellulare. Al cronista di oggi la sintesi dell’osservazione di fenomeni che ha studiato, conosce, approfondisce e verifica sul campo. Il racconto del giornalista di oggi diventa riflessione, entra nel dibattito della cultura, è inviato con un forte bagaglio di conoscenze che arricchisce in tempo reale e confronta in tempo reale sul territorio, tra le popolazioni, le crisi, i fenomeni del nostro pianeta. In un certo senso è più affascinante. La partita è diversa, Il racconto diventa cronaca di un qualcosa che stai condividendo.
Se tutto questo ha una sua ragione, ancora di più lo concretizzi compenetrandoti con donne e uomini che della loro vita hanno fatto missione di vicinanza al nostro prossimo. Condividendoti con chi nelle strade ha scelto di non guardare i propri piedi, ma i volti che si incrociano. Non è facile piegarsi su chiunque sia parte di una vita storta, di ingiustizie, della disperazione, della solitudine, della violenza.
Sono in Canada e sto volando tra riflessioni che mi allontanano dai motivi reali di quanto sono venuto qui a documentare. Sarà la stanchezza. Avverto nella mia testa l’accavallarsi, lo sbrodolarsi di frasi lontane dal perché sono qui: l’immigrazione clandestina nel Nord America. Il taxi corre verso la mia destinazione. Attraversa viali alberati e parchi di bambini gioiosi. E’ pomeriggio. In questa giornata calda la luce del sole proietta ombre in un intreccio dove non ci sono più confini tra quanto vedi e quanto è reale. Il mio amico parla. La stanchezza mi fa perdere il filo di quanto mi dice. Non si accorge che ogni tanto mi assento. Combatto contro il sonno. I colori delle case falsati da una luce dorata si proiettano nei miei pensieri, buche di angosce colme di persone in fuga, nascoste alla speranza. Il mio amico parla. Non lo ascolto. In questa terra mi sento anche io un immigrato clandestino. Un delirio di paranoia.
Mi domando se sono anche io in fuga. “no!” mi dico, “ho un regolare permesso per stare in questa nazione”. Ho visto troppe cose orribili ho ascoltato troppe storie di sfruttamento e nuove schiavitù (http://www.youtube.com/watch?v=M0vM7-5cSEY) per non prendere fino in fondo coscienza della disperazione che è attaccata addosso a tutta questa povera gente come una colla per catturare i topi. Avvicinandosi alla periferia le immagini che mi scorrono attorno non cambiano di molto. Le case sono sempre più uguali. Qua e là emergono chiazze di miseria sommersa. Lo vedi dai vestiti di chi attraversa le strade, dalle cicatrici sulle lamiere delle auto. I bambini che incrocio sono gruppi. Non c’è gioia di giochi. La preoccupazione della vita si legge su molti ingressi delle case, sui colori lasciati andare.
Chiedo quanta strada ancora ci divida all’appuntamento con Janet Dench, la Director Executive di una delle più efficienti organizzazioni che operano in questa grande nazione: loro non si occupano solo di accoglienza, ma studiano il fenomeno dei flussi migratori con rara competenza. Il desiderio di capire, di conoscere, mi concede un po’ di adrenalina. Stanchezza e curiosità mi fanno sembrare anche gradevole il lungo percorso. Montreal è una bella città, sicura, diversa dalle altre grandi metropoli dei confinanti USA. Qui non senti mai il pericolo, L’improvvisa ostilità del vicino. Quartieri ghetto proibiti a chi è di etnia diversa. Qui non vedi il concentramento di aree di miseria dove la povertà azzera leggi e comportamenti a favore dei gruppi dominanti. Probabilmente sarà anche qui così, come in parte scoprirò dal colloquio con Janet Dench, ma non è così sbattuto in faccia.
Janet Dench non fa questione di domande. Ci sediamo. Faccio appena in tempo a far partire il registratore e lei subito inizia, con l’intelligenza che le deriva dalla profonda conoscenza di ciò di cui parla, ad affrontare la questione dei flussi migratori nella sua nazione e nel mondo: “il problema del ‘traffico di esseri umani ‘ è un problema che si focalizza sullo sfruttamento del debole da parte del forte. La ricchezza e il potere non sono distribuiti nel mondo. Ci sono possedimenti, aree di sviluppo, dei paesi ricchi che sfruttano le persone dei paesi poveri. Questo lo possiamo vedere anche qui in Canada. Noi affrontiamo questo problema da alcuni anni. Per definizione il ‘traffico di esseri umani” è qualcosa che avviene nell’ombra, non è allo scoperto. Le persone non ne sono a conoscenza, anche chi è attento ai ‘Diritti Umani’ degli immigranti, dei rifugiati’, Molte sono le ragioni per cui le persone non conoscono la realtà del “traffico di esseri umani”. Si nega! Qui in Canada sentiamo spesso dire: “il traffico di esseri umani qui in Canada non c’è”. O più semplicemente “non c’è nella nostra città”. La verità è che le persone non vogliono aprire gli occhi e vedere, capire le situazioni che sono davanti a loro.
Ed anche quando le persone affrontano la questione del “traffico di esseri umani” tendono ad enfatizzare lo sfruttamento sessuale, la costrizione alla prostituzione. Questo è solo un aspetto tra i più evidenti. Ad altro dobbiamo guardare, molto più vicino a noi. Per esempio le situazioni domestiche. Abbiamo visto un numero di casi in Canada dove in una famiglia una persona, può essere una donna può essere un uomo o un bambino, viene tenuto rinchiuso in casa e forzato a lavorare senza interruzione, senza poter uscire e senza essere pagato! Sfruttamento forzato che utilizza la fragilità della persona. I poveri sono vulnerabili, spesso poi provengono da aree di oppressione. I trafficanti li portano in un altro Paese come il Canada, dove probabilmente non conoscono nessuno, non hanno uno status legale, non parlano inglese o francese. In queste condizioni non sono in grado di reagire in nessun modo, così i trafficanti possono impunemente arricchirsi. In Canada forse non abbiamo una situazione di “traffico di esseri umani” così acuta e diffusa come in altri Paesi.
Quale soluzione? Costruire una società che sia relativamente più egualitaria possibile e dove i diritti siano garantiti a tutte le persone. E questa è una delle ragioni per cui non è molto penetrato il “traffico di esseri umani”come in altri paesi. Ma conosciamo situazioni individuali di sfruttamento: domestico, commerciale o nelle fabbriche. E anche il termine “traffico” svia, perché in realtà ci sono vari livelli di sfruttamento: casi in cui la persona è completamente controllata e non è pagata, o casi in cui le persone sono minacciate ma sono pagate in una situazione molto svantaggiosa, senza contare le persone che hanno visti per il lavoro temporaneo che sono sul filo del rasoio perché hanno uno status, ma se denunciano le condizioni nelle quali devono lavorare possono essere deportate dal Canada.(
http://www.youtube.com/watch?v=M0vM7-5cSEY).
Quest’ultima categoria è la più sfruttata. La nostra organizzazione da diversi anni studia la situazione cercando di sensibilizzare le altre organizzazioni e le autorità più importanti, come la polizia. Quello che vediamo è che la polizia, pur incontrando situazioni dove le persone vengono sfruttate ma non hanno un regolare permesso in Canada, tratta questi lavoratori come immigrati senza Status; ossia gente che lavora illegalmente. Così è inevitabile che per questi lavoratori si aprano le porte della prigione e poi della deportazione, anche se le vere vittime sono loro. Così siamo arrivati alla conclusione tra di noi che dobbiamo focalizzare le nostre energie su due priorità principali: aumentare la consapevolezza sul “traffico di esseri umani” e proteggere le “persone che subiscono il traffico”. Non scordiamo che il rimpatrio del lavoratore non in regola significa renderlo ancora più vulnerabile ed esporlo a situazioni ingestibili per la persona stessa.
La legge in Canada non dice nulla specificamente riguardo alle “persone oggetto di traffico” ed è più probabile che vengano imprigionate. Questa è una grande preoccupazione per noi, perché non solo la legge non assicura che “le persone che subiscono il traffico” ricevano la giusta protezione come vittime del crimine, ma di fatto le penalizza e probabilmente le imprigiona. Abbiamo spinto per ottenere emendamenti specifici alla legge, che consentano alle “persone che subiscono il traffico” ad accedere ad una protezione urgente e immediata, perché sentano che in Canada sono al sicuro. Chiediamo che ci si occupi delle loro necessità più semplici per la loro sopravvivenza, che non abbiano paura della deportazione immediata e che abbiano abbastanza tempo per riprendersi dalla loro esperienza, dai loro traumi. E’ così che possono prendere decisioni serene sul loro futuro sia che vogliano tornare a casa o restare in Canada per proteggersi o andare in qualunque altro posto.
Stiamo anche proponendo che “le persone che subiscono il traffico” possano avere accesso alla residenza permanente in Canada. La nostra organizzazione è il “Canadian Council for Refugies”: una organizzazione che rappresenta circa 180 organizzazioni che lavorano o si occupano dei diritti dei rifugiati e degli immigrati. Tra di noi ci sono anche degli avvocati, ma soprattutto creiamo un network tra le varie organizzazioni che lavorano con i rifugiati imparando l’una dall’altra e condividendo le informazioni. Forniamo anche strumenti e produciamo materiali per spiegare il problema del “traffico umano” e invitiamo i nostri membri a unirsi a noi per spingere il governo a cambiare la legge e far si che “le persone che subiscono il traffico” abbiano protezione in Canada
”.
Nel salutarmi Janet Dench mi stringe forte la mano, e con un grande sorriso, accompagnandomi alla porta, mi augura buona fortuna per la mia inchiesta. Le sue parole mi gireranno tutta la notte nella testa. Una cosa è certa: nel mondo esistono ormai migliaia e migliaia di persone che dedicano la loro esistenza al contrasto del traffico di esseri umani, ma non c’è una coscienza di massa trasversale ai popoli, come la necessità di combattere le droghe e recuperare le vittime, eppure i due problemi coincidono quanto e di più pensassi all’inizio di questa inchiesta (dal Canada Luca De Mata) (17 – segue) (Agenzia Fides 20/4/2009; righe 128, parole 1.914)

AMERICA/CANADA — In volo verso Montreal - La valigia con lo spago (corrispondenza di Luca De Mata – 16)

Montreal (Agenzia Fides) – Ho lasciato il Belgio e sono in volo per il Canada. La mia inchiesta sull’immigrazione o meglio sui movimenti dei popoli da un continente all’altro mi sta sempre più portando all’interno di un fenomeno che una volta era solo di povera gente che, raccolte le sue povere cose, cercava in nuove terre nuove speranza e nuova fortuna, e soprattutto cercava un po’ di serenità che nella sua patria non aveva conosciuto. Questo è stato l’ andare sopratutto verso le Americhe e l’Oceania di milioni di Europei in flussi inarrestabili. Interi paesi si sono trasferiti in altre parti del mondo con il passa parola della miseria e della disperazione. I primi partiti sui ponti dei piroscafi con “le valigie legate dallo spago”, senza conoscere la lingua del paese che li avrebbe ospitati, senza nessuna certezza, vivendo solo la speranza di rimanere uniti nelle difficoltà che li avrebbero attesi. Furono milioni, ma certamente partivano come persone libere. Non schiavi. Ma ancora oggi è così ? No! Certamente no.
Più entro con questa inchiesta lungo i cammini della nuova immigrazione, più diventa evidente il disegno criminale che c’è dietro: sfruttare la disperazione e la miseria di milioni di individui. I tracciati che queste masse di povera gente deve seguire per entrare nelle nazioni dei privilegi sono ben delimitati e controllati dalle organizzazioni criminali. Oggi più che di immigrazione dovremmo parlare di tratta, di traffico di esseri umani, o ancora in modo più esplicito, di nuove schiavitù. A questa inchiesta da oggi voglio dare un nome “La valigia con lo spago”.
Perché questo nome “La valigia con lo spago”? La valigia con lo spago e subito, d’istinto, pensi alle immagini dei milioni di emigranti: Italiani, Irlandesi, Polacchi, Spagnoli, Portoghesi che, all’inizio dell’800 ed ancora fino agli anni ’50 del secolo scorso, si spostarono da un continente all’altro, con le loro valige legate, tenute sulle spalle, in fuga dalla miseria. Donne, uomini, adolescenti spesso analfabeti che, con caparbietà, sacrifici, volontà, sono stati mattoni reali che hanno contribuito alla costruzione della ricchezza dell’Occidente. Masse. Milioni di individui oggi integrati, figlie e figli di quelle valige di cartone. Oggi ancora più difficili da distinguere, ormai, da chi in quelle stesse terre era arrivato solo un secolo prima in fuga dalle miserie e dalle persecuzioni, quando non deportati con la forza.
E oggi? Senza valigia. Senza nulla. Milioni di ombre scivolano lungo montagne e coste per raggiungere un sogno. Sogno della fuga dalla fame, dalla morte che ti viene incontro nascosta dietro il sorriso di un ragazzo, di una donna di tritolo che, inerme, ti uccide insieme ad altri innocenti come te. Ombre che scivolano lungo le coste. Ombre senza valigia perché nella barca non c’è spazio. Ombre senza valigia per meglio attraversare i sentieri dei monti ed i loro precipizi. E se troppo pesanti, ombre lasciate affogare, rotolare nei burroni. Ombre che non devono lasciare tracce sui sentieri e le rotte dei mercanti della carne.
Le valige con lo spago sono loro: i loro corpi, o meglio le loro ombre. Criminalità comanda. La disperazione accetta. Pagamento anticipato. Carne, ossa e sangue da quel momento non sono più tuoi. Stabilito il prezzo tutto è dell’“Agenzia”. Nulla è più tuo, come non saranno più tuoi sogni e speranze. La valigia è la tua ombra. Lo spago è attorno al tuo collo e ti stringe, ti mozza il fiato. Spago di criminali, ricattatori, strozzini senza pietà, quando non fanatici del terrore. Tu devi pagare ed ubbidire. Tu devi diventare un ombra perché io ti porti di là! La valigia? Sei tu! Dare soldi! Tanti soldi! Un debito infinito grande come le speranze più dolci e più grandi di ognuno di noi. Dare soldi! Tanti soldi! Ed a Te uomo-donna valigia, sarà concesso di portare dentro di Te un sogno, solo un sogno! Perché la realtà sarà diversa quanto più grande è e sarà il tuo sogno. Si sa! Sognare costa. E così “l’Agenzia” Ti presterà i soldi per realizzare il tuo sogno. Benedetta “Agenzia”. Maledetto il mio sogno che ora mi incatena qui clandestino. Ombra costretta a prostituirsi, ombra di una schiava, ombra di uno schiavo. Dieci, dodici ore, con la schiena ubbidiente a stare chinata dove mi hanno tolto anche il tempo per sognare. Ho solo la memoria di quello che c’era di là, da dove sono fuggito. Terre di sangue e di nulla. E nulla è cambiato, anche qui solo chi è forte sopravvive.
Vi racconto i miei sogni. Il passato ed il presente sono in una stessa stanza dove tutte le notti devo scavalcare altri come me, per potermi abbandonare al sonno su un letto a fianco ad una specie di servizio igienico, dove vicino al lavandino c’è il fornello e la bombola del gas. Una stanza di odori acri, di umidità, di nessuna certezza neanche per la disperazione del mio sonno. Quando pensavo alla distanza che mi divideva da voi, mi chiedo: “Ho superato quella distanza?” . Quando ero di là mi dicevo: “Non so”. Non capisco i meccanismi, ma so di quello o di quella che sono arrivati di là: da voi, dove si compra e si vende felicità, dove non ci sono guerre e carestie.
Benedetta “Agenzia” che mi presterà i soldi per attraversare i mari ed i monti. E così sono caduto nella trappola degli ingegneri delle finanze criminali, degli spacciatori all’ingrosso, dei mercanti di prostitute, dei trafficanti di morte a volte in nome di una religione. Terrore. Sfruttamento. Schiavitù. Il mondo ricco ha paura delle ombre e così si spendono dai 25mila ai 30mila miliardi di dollari ogni anno per il controllo delle politiche migratorie e di asilo. Miliardi di dollari che potrebbero creare milioni di posti di lavoro, lì dove non c’è lavoro e qui dove ci vorrebbero sempre più lavoratori. Il mio aereo è atterrato. “La valigia con lo spago” mi attende anche in questa nazione. Scendo dall’aereo senza illusioni che qui troverò una realtà differente. Dagli amici che mi attendono mi sono già giunte tracce di storie non meno drammatiche e crudeli di quanto ho raccolto in Europa. (dal Canada, Luca De Mata) (16 – segue) (Agenzia Fides 17/3/2009; righe 64, parole 1024)

EUROPA/Comunità Europea -  Ragazza africana violentata da un potente del suo popolo, oggi si nasconde, immigrata clandestina, qui in Europa nel terrore che nessuna distanza potrà più proteggerla dalla violenza subita. (corrispondenza di Luca De Mata – 15)

Comunità Europea (Agenzia Fides) – E’ l’inizio dell’autunno. Siamo a Nord. Il cielo è un continuo riempirsi e svuotarsi di nuvole. Caldo e freddo si alternano fastidiosamente. Il mio appuntamento è in un palazzo fuori dal centro. Qui, andando anche oltre i limiti delle proprie possibilità, donne e uomini cercano di far scoprire all’altro che c’è un’umanità che sa ancora amare, sa ancora donarsi nella gratuità. Donne ed uomini che non si sentono gente, ma Persone. Donne ed uomini che vivono con coerenza la loro appartenenza alla Fede Cattolica. Oggi ancora più avverto questa solidarietà, questo amore per il prossimo nella vicinanza ad una giovane africana. Bellissima, Nei suoi due grandi occhi leggo il pozzo della paura. Il terrore delle violenze subite. La percezione che nulla della sua vita è più certo. Nel suo volto si specchiano pulizia ed onestà. Alta. Slanciata.
Ci sediamo l’uno di fronte all’altro. Improvvisamente gira la sedia. E’ di spalle. “Mi sento più libera. So che i miei persecutori forse hanno ucciso mio marito. So che non so più nulla di mia figlia e di mia madre. So che forse li hanno ammazzati tutti. Dirò fino a dove voglio. Nessuna domanda. A voi più che della mia sofferenza. interessa se mi hanno violentata, se ora sono una schiava prostituta. Si! Mi hanno violentata e come per altre è un destino scritto… Non ci considerano donne, ma ancora non sono una prostituta. Lotto per non diventarla. Ho paura. “Loro” sono anche in Europa. Ho accettato di incontrarvi perché sappiano che non farò i loro nomi, ma mi ridiano la vita. Devo difendere chi, spero, è rimasto lì. Potete dire di me solo che sono africana.
E’ chiaramente alterata, poi improvvisamente si calma. “Sono terrorizzata dall’idea di essere espulsa perché clandestina. Se torno mi uccideranno. Se non mi uccideranno subito dovrò essere la loro schiava sessuale fino a quando non si saranno stancati del mio corpo”. Le guardo le spalle. Le mani lunghe ed affusolate. Sembrano quelle di una bambina-donna. La violenza, la paura, la disperazione, fanno crescere e maturare forme di autodifesa, ma in lei non c’è autodifesa quanto voglia di ricostruire il suo corpo prima delle violenze. Avverto in lei lo sconforto della certezza che questo non potrà succedere. Lei sa che i tagli che le hanno inflitto nella carne non si rimargineranno più. Non l’hanno solo orrendamente stuprata, ma se possibile, ha subito qualche cosa di più terribile. Minacciata ha tradito la fedeltà al suo amato, alla sua bambina. Sento in lei la disperazione perché ha la coscienza che non sarà mai più quella di prima.
Un vecchio santo missionario l’ha aiutata facendola fuggire. Le parole del suo racconto sono sostanza, dolore, preoccupazione per se e per la sua terra. Preoccupazione per milioni di donne africane trattate come oggetti, schiave, carne da lavoro e per il sesso. Quando riprende a parlare.la voce è cambiata. Piange, Singhiozza. Quasi urlando. “Sono africana. Ho poco più di 20 anni. Non sono una prostituta”, ed ancora con più forza e rabbia: “Non sono una prostituta, sono nata povera. Le uniche cose che possedevo erano mia figlia, il mio uomo, mia madre, non sono una prostituta…
Non capisco più le sue parole….il suo piangere copre tutto. E’ nata alla fine degli anni ’80. “Quando ho lasciato gli studi ho lavorato come parrucchiera. Un’amica della titolare veniva da noi, e se non poteva venire, andavo io. E’ l’amante di uno degli uomini importanti nel nostro Paese. E’ un sabato sera, l’autista della signora mi viene a prendere. Salgo in macchina. Non è il solito percorso. Gli chiedo dove siamo diretti: “A casa di un signore – risponde –, la tua cliente è lì.” Arrivati mi fanno entrare in un salone. Mi siedo ed appare un signore: “Sono stato io a cercarti e non la signora. E poi mi dice che ogni volta che mi vede dalla sua amante si sente attratto da me e che vuole cambiarmi la vita. Lui nel nostro Paese può quello che vuole. “Una casa, una macchina, soldi, ti darò tutto.” Parla e guarda il mio corpo. Dico no. Non posso. Ho già un uomo ed una figlia. “Ha quattro anni, mi lasci andare”
Le mie parole lo innervosiscono ancora di più, per lui io non posso non accettare. Prende una pistola, la mette sul tavolo, e dice toccandomi: “Hai capito cosa voglio dirti?”. Gli ripeto che voglio solo tornare a casa. E lui allora inizia a strapparmi tutto quello che ho indosso e mi violenta. Mi violenta quel giorno. Mi violenta la notte. E poi mi violenta l’indomani, fino a quando non mi chiude in una stanza. Lì degli uomini mi gettano di che coprirmi, ma prima urlano: “Una parola e uccidiamo tua figlia, il tuo uomo ed anche te.” Sono sanguinante. Terrorizzata. Vivo per un giorno in quella stanza fino a quando non entra l’autista con una busta di soldi lasciata dal signore. La rifiuto. Voglio tornare a casa. Stranamente mi accontentano. Racconto tutto a mia madre. Ancora sanguinavo. Andiamo in ospedale, lì un dottore mi cura. Non mi fa domande, dice solo: “Lei deve rimanere ferma per un pò”. Usciamo. Mia madre è spaventata: “E’ meglio tacere, hai visto il medico ? Contro quell’uomo non possiamo nulla.”
Dopo tre giorni, due civili e due poliziotti mi riportano nella casa dove quel signore mi attende. Per tre giorni sono lì, fino a quando uno dei poliziotti mi chiede se accetto tutto quello che mi chiederà il padrone, se dico no, mi ucciderà. Urlo:”Sì! Accetto tutto!”. Mi lavo ed entro nel salone dove ero stata violentata la prima volta. Rimango lì per tre settimane, senza avere notizie di nessuno. Isolata. Lui parte e il custode mi dice che tutto ciò che avevo subito era ingiusto.
Avverto una speranza e poi il buio, perché lui mi aiuterà, ma vuole che faccia a lui quello che ho fatto al padrone. Rivoglio la mia libertà. Sono pronta ad accettare di tutto. Ora sono nuovamente in fuga con mia madre. Passiamo la frontiera. Del mio uomo non so più nulla, è sparito.
Nel villaggio dove sono nascosta, non mi vogliono, la mia presenza può essere un pericolo. C’è un vecchio missionario qui che sa della mia storia. Viene alle prime luci per salvarmi. Arrivo in Europa. Da allora non ho più avuto notizie di mia figlia, del mio compagno, di mia madre! Non so più nulla di nessuno. Sono sola. Sola. Possiedo solo una certezza, che non sono una prostituta
Il mio incontro finisce lì. Scendo le scale con la tristezza, il senso di impotenza che mi dilaniano dai piedi alla testa. Io e la mia accompagnatrice passiamo da un gradino della scale all’altro in silenzio. Ad un pianerottolo, poco prima del portone di uscita, la volontaria mi dice: “Se chiede lo ‘stato di rifugiato politico’ non potrà più tornare nella sua terra. Per sempre firmerà che rinuncia alla speranza di rivedere i suoi cari. L’abbiamo accolta in questa casa, ma non potremo tenerla ancora per molto. Queste sono le regole. Stiamo cercando un lavoro per lei. Non è facile. Non so cosa sarà del suo futuro. Noi l’aiuteremo e le staremo sempre vicini, ma se qualcuno dei suoi connazionali la scopre non è vero che la uccideranno, semplicemente la costringeranno a prostituirsi in qualche bordello qui, nella nostra Europa”.
Dopo una pausa riprende: “Questo lo sa. E per lei sarà la conferma che è morta”. La volontaria si allontana mentre salgo su un taxi. Le grido dietro che vorrei ancora farle altre domande. “Mi spiace non posso fermarmi – mi risponde – c’è un’altra ragazza che mi attende. Ha un bambino di pochi mesi…”. Chiedo al taxi di fermarsi alla prima chiesa che incontriamo. E’ aperta. Mi sprofondo nel volto del Signore. Fuori il cielo è tornato a riempirsi di nuvole e piove, nella chiesa il vociare dei turisti copre anche lo scrosciare della pioggia.(dalla Comunità Europea, Luca De Mata) (15 – segue) (Agenzia Fides 9/3/2009; righe 82, parole 1329)

Cioccolatini e Kebab

1 giugno 2009

EUROPA/BELGIO – Cioccolatini e Kebab – Incontro intervista con Sua Ecc. Mons. Jozef De Kesel, Vescovo ausiliare di Malines-Bruxelles (corrispondenza dal Belgio di Luca De Mata – 13)

Bruxelles (Agenzia Fides) – Bruxelles, come tutto il Belgio, ti dà la sensazione di vivere in un cioccolatino profumato, tra i negozi di kebab da cui escono giovani con panini profumati di carni speziate. Città con strade traboccanti di diamanti. Campagne verdi. Autostrade perfette. Ristoranti e birra. Turisti. Politici. Uomini d’affari. Folle. Europa sei bellissima. In una strada principale: un negozio per fotografi professionisti, prezzi fantastici, competenza, assortimento. Giro l’angolo. Un vecchio rigattiere colto ed intelligente. Su uno scaffale libri. Chiedo quanto costi un piccolo volume d’epoca di un Futurista italiano, “Vorrei comprarlo”. “Oh… no! I libri non li vendo.” E’ Persiano, rifugiato qui orgoglioso delle sue origini. Ha parenti in tutto il mondo. Tutti emigrati. Tutti commercianti: “ La nostra diaspora è unita. Dà forza e non ti fa mai sentire solo.” Cambio discorso. E poi il tempo stringe. Il tempo vola. L’appuntamento con il Vescovo è tra poco. Saluto promettendo di tornare, anche se non sarà così. Vado a piedi. Ora la città mi sembra un’altra. Chi rovista per trovare cibo nei cestini. Chi dorme in terra. Lì i soliti finti suonatori, più in là degli ubriachi si prendono a pugni L’Europa bellissima è sparita. Qui è la realtà delle mille solite miserie, delle mille solitarie disperazioni. Non sento più il sapore della cioccolata. Il profumo del Kebab. Le campagne sono lontane. Sono ora in una folla multirazziale, donne velate, odori orientali, lingue che mi portano in Africa, in Sud America. Entro nella palazzina della Conferenza Episcopale. Una signora gentilissima mi fa accomodare dal Vescovo ausiliare di questa città. I flussi migratori stanno modificando il volto delle nazioni e dei continenti.

Cara Eccellenza, come è questa città, questa nazione, rispetto a ieri…?
Il fenomeno della migrazione diventa sempre più problematico. Capisco il mondo politico e l’attenzione a quanto sta succedendo. E’ fuori dubbio che non possiamo accogliere tutti. Il problema è concreto. L’occidente è ricco. E’ naturale che qui vogliano arrivare dall’Africa, dall’Europa dell’Est, dall’America Latina. Come Chiesa, come Conferenza Episcopale, per noi è problematico intervenire, non siamo un’organizzazione assistenziale, e tra i politici è difficile trovare la sensibilità giusta. Come Vescovo, ho chiesto di non banalizzare il problema e di preoccuparsi anche della disperazione. C’è una nostra dichiarazione in cui chiediamo certamente una politica realistica, visto che non possiamo accogliere tutto il mondo, ma anche più giusta. Qui ci sono famiglie con bambini da otto anni. Vanno a scuola e parlano la nostra lingua. Sono nati qui e sono integrati qui. Dopo tanti anni possiamo deportarli? Dirgli che devono tornarsene nel proprio paese? Non è umano! Chiediamo al mondo politico di stabilire criteri più obiettivi, più giusti. In nome del Vangelo, chiediamo una politica più generosa.

Eccellenza, ma cosa è la politica se non è rappresentativa di tutti noi ?…. c’è un problema a monte.
Sì, in effetti c’è una dialettica complessa tra realismo e generosità che genera la Fede. In occidente siamo ricchi. Il Vangelo ci chiede di accogliere, di portare la Parola del Signore a tutti, di essere generosi. Qui nasce l’equivoco. Ci sono persone che sostengono che la Chiesa non debba coinvolgersi nella politica. Denunciare i problemi non è fare politica. Queste due cose sono separate: date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Dall’altra parte i cristiani, la Chiesa, hanno la loro responsabilità nella società e non possono chiudere gli occhi davanti a quanto succede attorno. Questo è un problema della società: come i problemi di bioetica, i problemi di giustizia. La dichiarazione equilibrata dei Vescovi sulle tematiche dell’immigrazione è stata ben accolta.
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Eccellenza le tematiche sono state ben accolte, ma qui in Belgio spesso le chiese sono state occupate dagli immigrati, io stesso ne ho visitata una in centro… Materassi ovunque. La polizia interviene?
Sì. Qui a Bruxelles da qualche anno gli immigrati occupano le chiese e poi non escono più. Non è accettabile. Non siamo noi a chiedere alla polizia di intervenire, ma lo può fare. A volte ci sono difficoltà e tensioni nelle parrocchie perché alcuni sono pro, altri contro. E poi, quando occupano, come fai a lasciarli senza cibo? Nella parrocchia fanno delle collette… E’ un problema, è un problema… Le chiese devono essere chiese ed i luoghi di accoglienza luoghi di accoglienza. Occupazione delle chiese, sgomberi, siamo lontani dalla soluzione del problema. Sono molti gli immigrati dall’Africa, dall’America Latina. Ho assistito ad una processione in una comunità latino-americana. Scortati dalla polizia sotto la neve c’erano giovani, famiglie con bambini. La realtà era che la maggioranza non aveva documenti. Il comune offrì un pranzo caldo. Una festa. C’erano quasi tutti gli abitanti del quartiere. Guardavo tutta quella gente e percepivo la disperazione di chi aveva due o tre bambini ed era senza il permesso di soggiorno. Non averlo significa che non hai un lavoro stabile. E’ tutto precario. Vivono qui da quattro o cinque anni, senza documenti aiutati da alcune nostre comunità, ma questo non è il nostro compito, queste sono responsabilità e doveri del mondo politico. Bambini che sono qui da tanto tempo… come mandarli via? C’è poi l’oggettivo problema della scarsa natalità nel mondo occidentale. Non si tratta di accogliere gli immigrati, ma essere capaci di integrarli. La realtà è che il mondo politico ha paura di dire questo, mentre quello economico lo afferma. Non è semplicemente una questione di generosità, ma di sopravvivenza dell’occidente. Per mantenerci abbiamo bisogno di gente. Ci sono molti musulmani, ma anche molti cristiani che vengono dall’Europa dell’Est, dall’Africa e dall’America del Sud. Soprattutto dall’Africa, dall’America del Sud, chi arriva è credente, è praticante. La Chiesa chiede una politica più generosa e più giusta.

Sono fuori dalla Conferenza Episcopale, sono contento ed affamato. Entro con il mio amico sacerdote in un posto che si chiama “Kebab Pascià”. Il profumo è ottimo. Chiediamo due panini ed io anche un cioccolatino. Il proprietario ride, “ I cioccolatini qui ? Amico. Cioccolatini buonissimi, ma dall’altra parte della strada”. Già! dall’altra parte della strada, proprio da dove venivo.
(da Bruxelles, Luca De Mata) (13 – segue) (Agenzia Fides 2/2/2009; righe 75, parole 1.015)

Intervista ad un Padre Missionario – Da un Paese dell’Asia al Belgio – (corrispondenza dal Belgio di Luca De Mata – 12)

Bruxelles (Agenzia Fides) – Mi trovo da alcuni giorni in Belgio, con l’aiuto della Caritas ho incontrato immigrati di varie nazionalità. Domenica sono stato al mercatino degli ambulanti, vicino al sottovia della stazione. Tante le giovanissime velate. Suoni e profumi del Nord Africa si percepivano già prima di entrare tra i percorsi delle bancarelle. Voglio parlare con loro. Ad un banco di Cd audio. “Originali?” – chiedo ad uno dei due venditori. Inaspettatamente risponde in italiano: – “Certamente!” alzando il volume della libanese. La gente attorno è tanta. Insisto: “ Non conosco l’Arabo. Non puoi aiutarmi?” . Ride e mi mette in una bustina tre CD. “Piace? È dentro la busta. Un paio scelto io. Fidati.” Pago. Non sono convinto. La mia faccia mi tradisce. “Tu non hai fiducia in me. Invece bellissimi.”
Mi allontano con la sensazione di non essere stato in Europa. Ero un estraneo tollerato. “Tu non hai fiducia in me. Invece bellissimi” a chi si riferiva? alla canzone? alla voce? al ritmo? oppure alla sua fede, alla sua onestà, al suo saper vendere. Sono in macchina verso un convento, e al mio amico che mi accompagna dalla Nunziatura Apostolica chiedo: “ma non siete preoccupati di tutta questa presenza musulmana? Tante donne velate. Ovunque”. Rimane in silenzio: “La verità è che io arrivo da un luogo dove tutte le donne girano con la testa coperta e quindi non vedo quello che tu osservi”.
E’ un dato: l’immigrazione musulmana sta crescendo ovunque in Europa. Moderati e fanatici. Il mio interlocutore, saggio, navigato diplomatico, sfugge l’argomento. “Ti stai fissando su un problema che si intreccia con i flussi migratori. Una realtà complessa. Le persone si muovono spinte da bisogni elementari, ma anche dal desiderio di arrivare in luoghi come questo, dove ognuno è libero di esprime il proprio credo.” L’auto accosta. Arrivati. Dalla portineria passiamo in una ampia sala su un magnifico giardino. Il padre ci accoglie con un magnifico sorriso: “So tutto, so tutto. Lei sta realizzando un’inchiesta sull’emigrazione ed i problemi che si porta dietro. Anche io sono immigrato qui, anche se il Signore ha fatto la terra per tutti. Vivo qui, in Belgio da 24 anni, i primi 32 li ho vissuti in Asia. Durante la guerra fra i comunisti e gli altri, io ero già al terzo anno di studi teologici.. Arrivarono i comunisti. Abbandonai gli studi. Fui mandato nei campi a lavorare. Il Vescovo chiese a me e ad altri quattro di prenderci cura di una parrocchia in una regione povera. Coltivavamo la terra per vivere e aiutare la diocesi. Nel 1976 i comunisti mi chiesero di lavorare per la “Gioventù Comunista” con l’incarico di segretario. C’erano pochissime persone di una certa cultura.

Ag. Fides: Ma lei Padre, in quelle condizioni, come faceva a vivere la sua vocazione, la sua opera di evangelizzazione?
Vocazione? In quel periodo abbandonai la religione cristiana. La pressione dei comunisti contro la religione, il Papa, i Vescovi e tutto quello che aveva significato cristiano era forte, ricattatoria. Ne fui vittima. Tre anni. Mi sono sentito violentato. Senza la Fede cristiana la mia vita era vuota.. Spingevo i giovani a lavorare. Sono stato complice della bugia. Parlavo, ma sapevo che stavo raccontando bugie. Promettevamo, ma in realtà non avevamo nulla. Ho abbandonato la “Gioventù Comunista” nel 1979. Verso la metà dello stesso anno i comunisti mi convocarono nuovamente per un’iniziativa che si chiamava “Movimento d’istruzione popolare degli analfabeti”.
Tre volte alla settimana, dalle otto di sera, ero a disposizione per insegnare a leggere e scrivere. Il progetto in sé era buono, ma irrealistico. In un villaggio, in piena campagna, la gente più che saper leggere e scrivere doveva sopravvivere; dovevano lavorare i campi e, se non bastava, la sera dovevano accudire gli animali, pensare alla casa. Passai tutto il tempo da solo. Le persone non venivano. Alla fine dell’anno, per gli esami, al posto degli adulti ho chiesto ai bambini di venire a sostituirli. Con  paura e gioia dichiarammo che nel nostro villaggio l’analfabetismo era stato sradicato. La realtà era totalmente diversa. Ero deluso: non c’era concordanza tra quello per cui il regime s’impegnava e la realtà quotidiana. Nel 1982 mi dimisi per onestà e fui subito arrestato.
Fui mandato ai lavori forzati. Mi sospettavano di spionaggio perché la mia famiglia era fuggita all’estero. Fui costretto a dichiararmi pubblicamente contro i miei genitori, i miei fratelli, le mie sorelle. Promisi fedeltà al partito comunista,. Mi sorvegliavano ogni secondo.  Finalmente sono riuscito a lasciare il paese. Fu un viaggio lungo. Arrivai qui in Belgio. Tutto era completamente diverso: ero disorientato, a mani vuote. Dopo quattro giorni dal mio arrivo, sono entrato in questo monastero dove sono stato accolto con calore e pietà. Nel 1985 diacono e nel 1986 sono diventato prete Ora sono responsabile di quattro parrocchie a Bruxelles
Nella mia esperienze di emigrante, c’è la sofferenza di aver dovuto abbandonare tutti i legami d’origine, la lingua materna. Il Signore capisce tutte le lingue, ma per noi e difficile esprimersi in una lingua straniera, è difficile soprattutto esprimere quello che viene dal nostro cuore. La seconda cosa riguarda il lavoro. C’è una differenza di mentalità.  Per gli asiatici c’è sempre una relazione fra le cose, fra le idee. C’è una difficoltà nelle relazioni. Quando ogni giorno devi parlare in pubblico, nelle parrocchie, nelle chiese, davanti a cento o trecento persone, sei sempre uno straniero. Io sono uno giallo che celebra la Messa fra i bianchi. Per i bianchi è altrettanto difficile inizialmente.
Ma ci sono anche tante ricchezze. Nella mia stessa famiglia abbiamo due religioni. Mio padre buddista, mia madre di fede cattolica. Sono nato e cresciuto fra queste due realtà. Per esempio insegno a  meditare anche ai bambini di otto anni in occasione della prima Comunione. L’apporto di altre ricchezze culturali ci potrebbe aiutare a riempire il vuoto in un paese dove si produce e si consuma troppo, e dove non si pensa più alla vita interiore. Nel gruppo di sacerdoti che lavorano nelle mie quattro parrocchie ci sono due congolesi, un rumeno, un magiaro, un solo belga, ed io che sono asiatico. È una squadra internazionale e si lavora molto bene perché ora nelle parrocchie non ci sono solo europei, ma anche molti africani, asiatici e di altri continenti.

Ag. Fides: Una seconda ed ultima domanda. La sua vita in questa comunità missionaria che opera nel cuore dell’Europa ?
Vivo in una comunità con frati di tutto il pianeta. Il mio superiore è asiatico, venuto dalla Birmania. Il vicario, vale a dire il suo vice, è togolese. Un mio confratello è americano e lavora per la formazione dei missionari, un altro confratello è congolese ed è il mio vicario nella parrocchia, e così via. Noi condividiamo tutta la nostra ricchezza culturale, la ricchezza di ognuno di noi, di ogni paese e continente. Grazie a questa realtà, abbiamo una grande apertura, perché siamo obbligati ad aprirci per accettare l’altro, visto che non abbiamo la stessa cultura. Per comunicare tra noi si deve imparare il francese, in caso contrario ognuno avrebbe parlato la sua lingua. Ovviamente anche tutto quello che si riferisce al cibo, alle idee, è altrettanto un arricchimento. A livello della Santa Messa, della preghiera, della vita spirituale, è la stessa cosa: c’è sempre un contributo di ogni frate alla vita religiosa.  (da Bruxelles, Luca De Mata)  (12 – segue) (Agenzia Fides 22/1/2009; righe 84, parole 1227)

 “Il condominio, il quartiere Turco e la pensionata italiana – paure e speranze”
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 11)

Germania (Agenzia Fides) – Sono in Germania. Dove? Non ha importanza. E’ una delle grandi città tedesche, di quelle che non hanno conosciuto il comunismo e sono cresciute anche grazie al lavoro di tanti immigrati. E’ Estate. Domami ci sarà l’incontro di calcio tra Turchia e Germania. Bandiere immense ovunque. Con più insistenza lì dove sono a maggioranza di immigrazione Turca. Grandi le Turche. Grandi le Tedesche. Il vento tifa per ambedue le squadre gonfiandole e dando un senso di festa ad un pomeriggio afoso. Ho un appuntamento con due signore italiane che ora sono e si sentono parte di questa nazione. Finita la II guerra mondiale, trascinandosi delle enormi valige di cartone legate con lo spago, erano venute qui insieme ai loro genitori. La Germania stava ripartendo ed aveva bisogno di lavoratori. Tutte e due giovanissime iniziarono pulendo latrine e corridoi. Impararono la lingua. Incontrarono due compaesani e si sposarono. Ora sono vedove. In pensione. I figli hanno tutti un buon impiego. Non lì conoscerò tranne per le fotografie che sono un po’ ovunque o mi mostrano. Una delle due, la più giovane mi saluta subito dopo il mio ingresso. Solo dopo capirò che non voleva rilasciare interviste. Non saltano un appuntamento con il Signore. Non sono donne di un secolo fa, ma ben coscienti di quanto le circonda. Nessun preconcetto o risentimento. Mentre iniziamo a parlare ed una esce dalla porta di casa squilla il telefono. La signora italiana va a rispondere. Parla in tedesco. Chi mi ha accompagnato mi riferisce che è il figlio a parlarle. Aggiunge a voce bassissima :”Non Ti rilascerà nessuna intervista e ci chiederà di stare qui il meno possibile.” – Così è. Ha paura. Ma di cosa. Le garantisco l’anonimato, le garantisco che faremo nessun riferimento a luoghi o situazioni che siano riconducibili alla Sua persona. E’ irremovibile. “possiamo parlare di tutto, ma non della mia condizione di immigrata oggi.” Poi aggiunge:” Qui le cose sono cambiate. In questo quartiere non si facevano differenze. Religione. Razza. Lingua. Ci aiutavamo come capitava. Ora mi sento tedesca e basta. In questa casa ho allevato i miei figli. In questo quartiere ho camminato affianco a mio marito. In queste strade ho costruito la mia vita. Sulla poltrona su cui lei è seduto ho pianto e stretto di gioia i miei figli. Io di qui non mi muovo. Qui voglio morire” – Ora inizio a capire, e mi ritornano anche gli avvertimenti preoccupati di chi mi accompagna. Questa donna che ha sacrificato tutta la vita probabilmente ora è minacciata da qualche estremista che vorrebbe il quartiere tutto per loro. Sottovoce, quasi avesse paura di essere ascoltata: “Ho avuto la sensazione che mi minacciassero. Sono circondata da gesti ed umori dei miei vicini che fino a ieri mi erano sconosciuti. Prima mi sentivo un ‘estranea perché immigrata, oggi sono altri immigrati che mi fanno sentire estranea. Penso e ragiono in tedesco, quando sono in Italia ho una sola idea: tornare qui. Questa è la mia casa. Mi dispiace anche se prima volevo, ora ho deciso, anche su consiglio dei miei figli, non rilascerò nessuna intervista. Le rispondo:” Non si preoccupi, ma perché non vive con i figli?”. Rimane in silenzio. “In questo quartiere una volta eravamo tutti una famiglia: quella degli immigrati. Oggi non più. I giovani vanno via. Rimaniamo solo noi anziani legati ad un passato in cui tutti convivevamo poveri, ma amici. Questa amicizia non la si sente più. E così mio figlio mi dice sempre – Mamma vieni via -, ma io rimarrò qui, e la prego non mi faccia dire più nulla.” Scendo in silenzio le scale con il mio accompagnatore. Lui è un uomo intelligente. E’ diacono. In macchina gli domando: “ Ma perché mi hai portato da questa signora?” mentre rivolgo la domanda guardo oltre i finestrini. Non incontro sguardi amichevoli tra le persone che ci osservano salire ed allontanarci. Ora mi è tutto più chiaro quello che succede in questo quartiere di immigrati una volta Italiani e Turchi, Cristiani e Musulmani. Qui si è infilata la faziosità dell’estremismo. La povera pensionata con le mani segnate da anni di lavori umili è faticosi è semplicemente diventata non più amica e Lei ha paura. Questa intervista non l’avrò mai. (Germania, Luca de Mata) (Agenzia Fides 5/1/2009)

Intervista ad un immmigrato clandestino in Germania – tariffe e paure di chi tenta di arrivare in Europa   
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 10)

Colonia (Agenzia Fides) – Intervista ad un immigrato clandestino filippino
Sono in una sala inferiore di una chiesa a Colonia, dove usualmente si incontra la vasta comunità filippina. Tutti vogliono raccontare la loro storia. Il viaggio. Umiliazioni e debiti che ancora non hanno finito di pagare per arrivare fin qui. Minacce e ricatti, ed anche se ora sono in gran parte regolari, vogliono conservare l’anonimato. Sono tutti arrivati attraverso delle così dette “Agenzie”, ma altro non sono che terminali della criminalità per il traffico di chi vuole emigrare.

Ag. Fides: Ho viaggiato nelle Filippine e conosco la povertà e le difficoltà per il lavoro, per far studiare i figli, la corruzione e la miseria, e capisco perché lei sia voluto venire in Europa. Probabilmente, o più certamente, vuole rimanere anonimo perché lì ha ancora dei parenti che vuole portare qui in qualunque modo, anche attraverso l’ “Agenzia”, che le chiederà soldi, tanti soldi. Il debito continua. E’ cosi?
Si! E’ tutto come lei ha detto. Arrivare qui in Germania è stato un grande, grande sacrificio, essere illegali, senza documento. E’ stato difficile. Ho vissuto sempre onestamente, ma anche quando trovavo un lavoro all’inizio mi trattavano come uno schiavo, non parlavo la lingua. Non capivo. A volte facevo certamente cose sbagliate, ma non comprendendo la lingua mi è capitato di fare l’opposto di quanto mi veniva chiesto. Ma ero in buona fede. Anche loro sapevano che io non capivo, ma da parte loro, dei miei padroni, non c’era nessuna comprensione. Sarei anche tornato indietro, ma avevo il debito che cresceva, perché non riuscivo a pagare. Nonostante tutto questo, sono andato avanti per il sogno di mantenermi, pensavo alla mia famiglia e al futuro di mio figlio.

Ag. Fides: Ma, se vuole, ripeto se vuole, perché non ci racconta quanto ha dato all’Agenzia, e se sa quanto si paga ora ?
Quando finalmente ho trovato un lavoro vero, perché non avevo documenti, continuavo ad avere dei problemi, meno di quelli iniziali, anche perché stavo lentamente restituendo i soldi all’Agenzia. La paura di essere rimpatriato e poi sempre la paura delle minacce Ci sono voluti degli anni per ritrovare la mia serenità. Ora attendo il ricongiungimento con la mia famiglia, perché ora sono in regola. C’è chi dice di rivolgermi ancora all’Agenzia, ma io non voglio. E’ stata un’esperienza terribile. Mi sono ripreso grazie alle attività che facciamo in questa comunità, grazie alla fede, alla fede in Dio che è grande, riesco e riusciamo ad andare avanti. Ora sono felice, perché so che dovunque vada, c’è sempre la presenza di Dio.

Ag. Fides: Si, ma non mi ha ancora risposto sull’Agenzia…
Ho pagato sui cinque, sei mila euro, ma adesso dovrebbe essere più caro… Forse…10 000 euro, ed è molto pericoloso, molto rischioso. (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 23/12/2008)

“Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza” – se la mafia è uno degli strumenti dell’immigrazione clandestina, dall’altra costringe ancora tanta povera gente ad emigrare dal sud dell’Italia verso altre nazioni -: testimonianza di P. Ermenegildo Baggio, Scalabriniano, parroco della Comunità italiana a Colonia
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 9° parte)

Colonia (Agenzia Fides) -  “Da circa sedici anni sono qui a Colonia, e sono Parroco della comunità italiana. In città, a Colonia, ci sono circa ventimila italiani e nell’ambito della missione circa trentacinquemila. Questo della comunità italiana, dell’emigrazione italiana in Germania, è un fenomeno poco conosciuto in Italia, perché oggi si pensa solo agli immigrati che arrivano in Italia e pochi sanno che esiste un canale di migrazione continua tra la Germania e il sud Italia. Sono circa cinquantamila le persone che vanno e vengono tra Germania e Italia, a seconda delle circostanze economiche, delle crisi dei vari Paesi.
Ho l’impressione che questo fenomeno sia determinato praticamente da un certo sottosviluppo del sud Italia, ma anche dalla presenza della mafia, che domina intere regioni del meridione. E’ un’immigrazione, proprio perché molto mobile, che ha grosse difficoltà ad inserirsi qui in Germania. Uno dei problemi dell’inserimento è la scuola, e di questo si sono accorti anche i tedeschi: il sistema tedesco infatti opera una selezione precocissima, e dopo soli quattro anni viene già scelto il curriculum scolastico. In questo campo la missione italiana, poi l’Arcidiocesi e adesso anche la comunità, hanno investito forze cospicue, grazie alle quali oggi esiste una scuola italiana ritenuta un elemento molto importante per l’integrazione della comunità. Il rischio è che la comunità italiana si integri in Germania, ma a un livello basso, nell’area del sottoproletariato. Tale fenomeno è ormai mondiale, e riguarda soprattutto l’emigrazione dai Paesi poveri verso i Paesi ricchi.
In Europa arrivano masse di persone dall’Africa, dall’Est, dall’America Latina; in questo quadro una nicchia tutta particolare è costituita dal fenomeno migratorio tra il sud Italia e la Germania. L’Italia riceve molti stranieri, adesso si parla di milioni, e contemporaneamente gli italiani continuano ad andare all’estero. Molti di loro arrivano qui in Germania, e hanno bisogno di assistenza: Mentre in Italia si parla sempre di italiani nel mondo che diffondono il made in Italy, qui si parla di una comunità che ha bisogno di assistenza.
La Missione Cattolica italiana sin dall’inizio si è interessata molto della scuola e ha dato inizio a corsi serali per gli italiani. Infatti i giovani che arrivano qui non hanno terminato le scuole magistrali o professionali e una comunità per svilupparsi ha bisogno di un’elite, e questa la può creare solo la scuola. Come dicevo, la scuola è un problema per la comunità italiana perché stranamente gli italiani, tra tutte le comunità straniere presenti in Germania, sono quelli che hanno la più bassa riuscita scolastica.
Questo ci dice anche che l’immigrazione in Europa non è solo un problema sociale, ma è anche, fondamentalmente, un problema culturale, di identità. Per questo la scuola è un elemento fondamentale, e forse chi non ha fatto l’esperienza migratoria non si rende conto di cosa significa vivere in un territorio che parla una lingua che non è la tua. Anche se tu sei nato qui e parli il tedesco meglio dell’italiano, ma in casa però senti parlare in dialetto, più che un bilinguismo si rischia un bi-analfabetismo. Questo è uno dei temi che occupa molto le forze più vive della comunità italiana e anche la stessa Missione Cattolica.” (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 22/12/2008)

”Credere in Gesù Cristo è una scelta che richiede consapevolezza, tanto più nelle nazioni dove maggiori sono i flussi migratori e più incisivo è il confronto con popoli e culture diverse, nella pace e nel rispetto reciproco”: intervista dell’Agenzia Fides a p. Silvio Vallecoccia, missionario scalabriniano   
(corrispondenza dalla Germania di Luca De Mata – 8° parte)

Colonia (Agenzia Fides) – Padre Silvio Vallecoccia, scalabriniano (Missionari di San Carlo), è da unno il sacerdote responsabile della Pastorale Giovanile Internazionale a Colonia.

Padre Silvio, incontrare dei missionari non in Africa, in Asia, ma qui a Colonia, una delle aree di più antica tradizione cattolica della Germania, è un segno della trasformazione che il pianeta sta attraversando ?
Si! Sono qui da tre anni. Subito dopo l’ordinazione sacerdotale sono venuto nella Diocesi di Colonia come missionario, a servizio della Pastorale giovanile. Dopo due anni di studio della lingua tedesca e di inserimento nella cultura e nel mondo ecclesiale tedesco, ho ricevuto questo incarico  della Pastorale giovanile dei giovani stranieri nella Diocesi di Colonia.
Penso che la prima riflessione importante sia sul termine “missionario”. Di solito quando parliamo di missionari, pensiamo ai sacerdoti che vanno in altri Paesi dove l’annuncio del Vangelo non è ancora arrivato, quindi si parla di prima evangelizzazione. Noi, come missionari scalabriniani, abbiamo una connotazione specifica, il carisma di essere al servizio di culture che hanno già ricevuto l’annuncio del Vangelo ma che, tramite l’emigrazione, si incontrano e vivono la loro fede in uno stesso posto.
Attraverso la mia poca esperienza, perché è solo da un anno che sono a servizio di questi ragazzi, ho potuto notare che soprattutto i giovani della seconda generazione sono in qualche modo quasi sottoposti a un dilemma, se non addirittura ad una violenza psicologica: essere costretti a scegliere il contesto culturale di riferimento al cui interno vivere la loro vita e la loro esperienza di fede.

La Germania è nel cuore dell’Europa…
In un mondo europeo fortemente rappresentato da culture forti, è una grossa sfida dare la possibilità di scelta e il diritto di cittadinanza a questi giovani, che sono un “novum”, un qualcosa che si sta creando. Sono probabilmente una nuova identità culturale, che non è quella dei genitori ma neanche quella del luogo dove loro sono nati.

Colonia in modo particolare ha un significato forte per la presenza cattolica: penso alla Giornata Mondiale della Gioventù, alle seconde generazioni di Italiani e di Spagnoli. Quanto influisce tutto ciò nella quotidianità del lavoro pastorale ?
L’Arcidiocesi di Colonia ha sempre avuto un’attenzione particolare per l’attività pastorale rivolta ai giovani. L’annuncio della Parola di Dio, del Vangelo nel particolare contesto del mondo giovanile, parte dalla scuola, dai tredici, quattordici anni, e arriva all’età adulta, quando si affrontano le scelte essenziali della vita. L’Arcidiocesi di Colonia ha curato questo tipo di pastorale anche attraverso gruppi di giovani di altra madre lingua. Negli anni Novanta sono stati istituiti due uffici per la Pastorale giovanile degli stranieri, in particolare per il gruppo linguistico italiano e spagnolo. Dagli anni Duemila è stata creata una nuova struttura, per tutti i giovani stranieri dell’Arcidiocesi, che si chiama Pastorale giovanile internazionale. L’emigrazione è un’esperienza attraverso la quale i giovani tendono a raggrupparsi tra di loro all’interno della stessa nazionalità, all’interno del loro circolo culturale. Questo facilita, almeno in qualche modo, l’annuncio del Vangelo.

Ci può fare qualche esemplificazione del suo lavoro pastorale ?
I giovani coreani che vengono qui in Germania per gli studi universitari, in quanto più economici e più abbordabili rispetto alla stessa Corea, incontrando altri giovani della stessa nazionalità, della stessa lingua, vengono in contatto con la fede cattolica. Vengono quindi invitati dagli stessi giovani loro coetanei a partecipare alla Messa domenicale e all’incontro e all’agape fraterna che seguono la celebrazione. Quindi sono invitati a conoscere la fede cattolica dagli stessi giovani e non sono rari i battesimi di adulti. Questo si verifica anche per altre popolazioni di immigrati, per esempio le nazioni africane, come il Camerun.
Se questo è il primo aspetto, secondo me molto importante, il secondo aspetto, che mi riguarda più da vicino, è di rendere consapevoli i giovani della nuova identità culturale che hanno ricevuto in dono. Questo dono ha diverse origini: la cultura, la lingua e la nazione di origine dei genitori; la cultura, la lingua e la nazione nella quale i giovani sono nati; l’insieme delle relazioni che si sono formate a partire dalle conoscenze dei giovani, degli amici appartenenti a diversi circoli culturali… Questa è la sfida, anche perché tale situazione ha portato i nostri giovani ad incontrare altre religioni, quindi si pongono la domanda del senso della nostra scelta religiosa. Se prima si nasceva cattolici, almeno qui in Europa, ora si sceglie di credere e si sceglie di credere in Gesù Cristo, e questa scelta richiede consapevolezza.

 E quindi?
È in questo contesto che ci muoviamo con l’ufficio di Pastorale giovanile internazionale e con i nostri collaboratori. Un altro aspetto che ritengo importante in Europa, è il fenomeno che sta avvenendo a livello universitario, attraverso i progetti Erasmus: i giovani entrano in contatto tra loro per un periodo limitato di sei mesi o un anno, ma questo contatto è sufficiente per porre o mettere in dubbio la loro esperienza religiosa pregressa, fatta in madre patria. Nasce quindi la domanda: viviamo in un’ Europa pluriculturale che sta diventando sempre più unita, ma questa unione dove porta ? La sfida è la comunione di queste diversità, che si vanno unendo e formano così delle nuove mentalità e delle nuove prospettive di sviluppo della Chiesa in Europa. (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 20/12/2008)

“Rendere visibile l’amore di Cristo”: una riflessione del Card. Meisner 

Colonia (Agenzia Fides) – Ero in Germania qualche mese fa per la mi inchiesta sull’immigrazione ospite dell’Arcivescovo di Colonia, Sua Eminenza il Card. Joachim Meisner. La Domenica alla Santa Messa avevo con me il registratore e sul nastro ho fermato le Sue parole, che per molti motivi penso di riproporvi integralmente. A pochi giorni dal Natale del Signore, la Liturgia ci invita a guardare a Colei che Lo ha portato in grembo: Maria Santissima, colmata dell’Amore di Dio nello Spirito Santo, non ha conservato per sé questo tesoro ma subito è uscita, è andata ad aiutare la cugina, perché, dice il Card. Meisner, “Chi è colpito dall’amore di Dio non può starsene seduto a casa, nel corridoio di casa sua, ma si mette in cammino”. Non mancano spunti di grande intelligenza per il dibattito in corso dalla questione di alcuni nostri preti che non usano più la veste distintiva del loro ministero, all’aborto e più in generale al rispetto della vita. Parole che colmano il cuore dell’amore verso Dio. La Verità ci cambia e non bisogna averne paura

”La prima figlia dell’Amore divino è Maria. E Lei ci mostra come si diventa una figlia o un figlio dell’Amore divino. Nella stanza di Nazareth il cuore della Madre di Dio si apre e l’Amore di Dio, nello Spirito Santo, si riversa nel suo cuore. Chi è colpito dall’amore di Dio non può starsene seduto a casa, nel corridoio di casa sua, ma si mette in cammino. Maria parte dalla sua stanza a Nazareth verso la regione montagnosa della Galilea. L’Amore, l’Amore divino rende noi uomini liberi, ci porta fuori, verso gli altri uomini. Maria veniva spinta dall’amore di Cristo. San Paolo dice che l’amore di Cristo ci sospinge, e per questo anche gli uomini che sono spinti dall’amore di Dio non se la prendono mai comoda, rimanendo seduti in poltrona e girandosi i pollici, ma partono, si mettono in cammino, perché l’Amore vuole diventare visibile, vuole diventare efficace.
Alcune settimane fa sono andato a trovare una comunità di suore a Praga e una di loro mi ha raccontato un episodio che le era accaduto. Si trovava in città, nella piazza di Wenzel, che è la strada principale, indossando il suo abito religioso, e accanto a lei camminava un francescano che vestiva abiti civili. Un giovane si avvicinò alla suora e le disse: “Suora, per favore mi benedica!”. La suora lo benedisse e quando riprese il cammino disse al sacerdote: “Padre, le tue mani sono state consacrate, unte con l’olio nell’ordinazione sacerdotale per benedire. Poiché non ti si riconosce più come sacerdote, gli uomini devono cercare la benedizione da una religiosa che, grazie a Dio, è ancora visibile”
Sono sempre contento quando vedo una delle nostre suore, una di quelle che non possono non essere viste, perché, per cosi dire, essa rende visibile l’amore di Cristo, l’amore di Dio. Gli uomini vedono una suora e così vengono chiamati a ricordarsi di Dio. A una suora, a una religiosa, normalmente ognuno si rivolge chiamandola “Suora, Sorella”. Non chiamo sorella qualsiasi donna che incontro per strada, ma ad una religiosa ognuno dice “sorella”. Questo significa che gli uomini sentono il mistero di una vocazione. Una figlia dell’Amore divino è una sorella di tutti gli uomini, è mia sorella, e io ho il diritto che essa mi aiuti, e con lei ho fiducia di essere in buone mani.
La nostra Chiesa sarebbe povera se non avessimo più vocazioni di donne alle quali tutti si rivolgono come “sorelle” perché sono diventate figlie dell’Amore divino. Maria è stata la prima. Quando lo Spirito di Dio prende possesso di Maria, Lei va dalla cugina Elisabetta per assisterla in quei momenti difficili. Gli uomini segnati dall’amore di Dio non si lasciano soli, si assistono a vicenda, e quando si sa che l’altro si trova in una condizione di necessità,  lo si va a visitare perché non sia solo. Per questo Maria va da Elisabetta, le offre il suo aiuto. Maria non va da sola, Maria va alla nascita di Giovanni come un ostensorio: porta Gesù sotto il suo cuore.
Se una madre oggi porta un bambino sotto il suo cuore e riceve la visita di un’amica, tanti bambini dovrebbero forse tremare di paura, perché l’amica potrebbe dire alla madre: “non lasciarti rovinare la carriera… Caccia questo invasore dalla porta della vita e sarai di nuovo libera e potrai guadagnare i tuoi soldi”. Purtroppo ai nostri giorni molte donne ascoltano questo consiglio. Ma dove vive lo Spirito di Dio i bambini non vengono abortiti e gli uomini diventati anziani non vengono esclusi. Lì la vita è ancora motivo di gioia, perché lo Spirito Santo è datore di vita e dove soffia lo Spirito di Dio abbiamo sempre motivo di fare festa.
La nostra Chiesa, il Vangelo, hanno impresso nella nostra società il rispetto per la vita che ancora non è nata e per la vita diventata anziana. Dove si tratta della vita si tratta sempre dell’amore, e dove si tratta dell’amore si tratta sempre di Dio. Quando Maria, con Gesù sotto il suo cuore, entra nella casa di Elisabetta, Elisabetta canta la prima antifona mariana che la Chiesa conosca: “Beata sei tu Maria, perché hai creduto”. E quando Maria sente queste parole anche Lei si mette subito a cantare il canto più bello che esiste nella nostra Chiesa: il Magnificat. Dove l’amore di Dio brilla, non si può rimanere muti, ma cuore e bocca si aprono alla lode di Dio. (Da Colonia, Luca de Mata) (Agenzia Fides 19/12/2008)

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